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Calcio e televisione: un'economia controversa

Informazioni tesi

  Autore: Emanuele De Gregorio
  Tipo: Laurea liv.I
  Anno: 2002-03
  Università: Università degli Studi di Roma La Sapienza
  Facoltà: Scienze della Comunicazione
  Corso: Scienze della comunicazione
  Relatore: Giandomenico Celata
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 100

Il rapporto sempre più stretto con la televisione è stato l’elemento decisivo per la trasformazione del calcio in vera e propria industria. I diritti televisivi hanno consentito alle società di incassare cifre sempre maggiori, fino a diventare la principale fonte di ricavo, svincolando il calcio dalla tradizionale dipendenza dagli incassi al botteghino. Paradossalmente il risultato è stato quello di una nuova dipendenza economica. In presenza della nuova improvvisa ricchezza, il calcio italiano ha commesso diversi errori. Per diversi anni ha vissuto nell’illusione che gli introiti televisivi potessero crescere illimitatamente, prima di prendere atto che forse avevano già superato il giusto valore di mercato. Forti di ricchissimi contratti con le pay-tv, i club – con poche eccezioni - hanno trascurato altre possibili fonti di introito (merchandising e commercializzazione del marchio, gestione dello stadio, sponsorizzazioni e forniture, Internet) che invece in alcuni Paesi – primo fra tutti l’Inghilterra – hanno cominciato ad essere sfruttate. Il calcio italiano, in altre parole, ha creduto di poter fare affidamento solo sui diritti televisivi. A questo si aggiunge la scellerata gestione delle nuove entrate, utilizzate interamente per pagare gli ingaggi dei calciatori. Nel momento in cui l’incremento degli introiti da diritti televisivi sembra – almeno temporaneamente – essersi arrestato, per lasciare anzi spazio ad una flessione, un’ulteriore crescita del fatturato dell’industria-calcio dovrà necessariamente basarsi su una diversificazione dei ricavi. Allo stesso tempo il risanamento delle società dovrà fondarsi anche su una netta riduzione del costo del lavoro.

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3 INTRODUZIONE Il calcio-industria Passion, pride and profit (The Economist 1 ) Il calcio è lo sport più diffuso e praticato al mondo. Secondo una recente indagine 2 della Fédération Internationale de Football Association (FIFA) sono 242 milioni le persone che lo giocano a livello professionistico, dilettantistico, giovanile o in modo occasionale. Alle 204 federazioni nazionali sono affiliati in totale 305.000 club, che possono schierare 1.540.000 formazioni. I numeri da soli non bastano a spiegarne il successo. Nessuno sport come il calcio riesce a suscitare passioni ed emozioni in tutti i continenti; nessuno sport come il calcio rafforza o crea appartenenze e identità sociali, nazionali, regionali, cittadine, addirittura religiose. Il calcio è veramente il gioco più bello del mondo. E tuttavia proprio la sua importanza come fenomeno sociale e culturale determina la sua crescente rilevanza economica. La progressiva industrializzazione del calcio si può interpretare nell’ottica, suggerita da Jeremy Rifkin, della mercificazione del tempo libero 3 . Secondo Rifkin, l’attuale era dell’accesso si contraddistingue per la commercializzazione di un’ampia gamma di esperienze culturali, tanto che il capitalismo sta diventando in misura sempre maggiore “capitalismo culturale”. Il calcio, per i pubblici di ogni parte del pianeta, è un’esperienza culturale tra le più coinvolgenti, un’esperienza da fruire allo stadio, di fronte allo schermo televisivo o del 1 The Economist, Passion, pride and profit – A survey of football, 1 giugno 2002 2 FIFA, Big Count, 2001. 3 Rifkin J., L’era dell’accesso, Mondadori, Milano, 2001

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