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La cultura della violenza nell'ideologia e nella stampa fascista

Informazioni tesi

  Autore: Igor Toderi
  Tipo: Tesi di Laurea
  Anno: 2004-05
  Università: Università degli Studi di Macerata
  Facoltà: Scienze Politiche
  Corso: Scienze Politiche
  Relatore: Angelo Ventrone
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 133

Al fine di provare a comprendere le matrici culturali della violenza fascista risulta utile porre come riferimento la prima guerra mondiale. Sono partito da questo evento per tentare di analizzare le radici del fenomeno oggetto della ricerca, soprattutto per quel che riguarda il suo aspetto ideologico. Per fare ciò, ho tratto spunto dalle divisioni tra neutralisti ed interventisti sorte prima del conflitto, perché questa dicotomia si sarebbe radicalizzata nel periodo post-bellico fino a quello scontro di mentalità che avrebbe insanguinato la Nazione per diversi anni.
Furono, infatti, proprio i gruppi più attivi all’interno del movimento interventista, gli arditi e i futuristi, a costituire la base dei nascenti Fasci di Combattimento. Da questi raggruppamenti i Fasci ereditarono l’esaltazione della guerra, il forte patriottismo e l’acceso attivismo, oltre a tutto il corollario di insegne, canti, divise e liturgie che caratterizzò in ogni momento la loro attività.
Sebbene il mito della violenza fosse già sviluppato prima della Grande Guerra, ad esempio nelle idee della sinistra rivoluzionaria, la I guerra mondiale contribuì in maniera determinante alla sua sublimazione. E il fascismo fece suo questo mito proprio grazie al contributo degli arditi e dei futuristi, che fornirono al movimento quadri armati, sempre pronti alla mobilitazione attiva.
Elemento centrale di questa esaltazione della violenza era tutta la simbologia, parte integrante del fascismo, che rappresentava la violenza stessa come il mezzo più giusto e morale, oltre che più pratico, per difendere le proprie idee. I fascisti, infatti, si ritenevano portatori di valori da preservare con qualsiasi mezzo, anche tramite l’eliminazione fisica dell’avversario.
Il sangue rigeneratore dei martiri, il culto dei caduti, la violenza purificatrice, simboli della valenza quasi religiosa che il fascismo attribuiva a sé stesso, soprattutto nelle sue prime fasi, rimasero fattori peculiari del movimento anche nelle sue successive evoluzioni.
In questo studio ho avuto modo di comprendere e dimostrare come una delle abilità maggiori del fascismo fu la sua capacità di trasformare la violenza individuale, sporadica, episodica, in una istituzionalizzata, incanalata attraverso gli organi dello Stato.
Questo ne assunse, così, il monopolio tramite appositi provvedimenti legislativi, come l’istituzione della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale o quella del Tribunale Speciale per la Difesa dello Stato.
In ciò, fu sempre l’esperienza dello squadrismo a caratterizzare l’azione del partito, cosicché la violenza, e tutta la liturgia che contribuiva alla sublimazione del suo mito, restò il tratto distintivo del fascismo, inteso tanto come movimento quanto come regime.
Nel passaggio da fenomeno situazionale a Milizia della Nazione, il fascismo conservò la cultura, lo stile di vita e gli ideali tipici dello squadrismo. Questi elementi, nati con l’arditismo ed il futurismo ed esaltati durante l’esperienza squadrista, rimasero caratteristici del fascismo fino alla sua caduta.

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INTRODUZIONE La Grande Guerra ha costituito un importante momento di passaggio nella storia europea, avendo causato, alla sua conclusione, notevoli cambiamenti, soprattutto nel modo di intendere e di condurre la lotta politica. Questa, infatti, è stata caratterizzata da quello che George L. Mosse ha definito “processo di brutalizzazione”. A causa di tale fenomeno le metodologie di azione tipiche del conflitto mondiale furono trasportate nel campo del dibattito politico provocando un forte inasprimento in esso. Tali anni rappresentano un importante riferimento dal quale partire per esaminare il modo in cui tutto il retaggio di violenze e brutalità allora sorte abbia funto da base per la nascita di movimenti estremi. Questi tendevano a radicalizzare le vicende politiche, e, quindi, a voler perseguire le proprie idee persino tramite l’eliminazione fisica dell’avversario. Partendo dalle implicazioni che questo stato di cose aveva comportato in Italia, ho cercato di analizzare la situazione del nostro Paese nel primo dopoguerra. In questo periodo le divisioni sorte prima del conflitto tra interventisti e neutralisti non solo erano rimaste, ma si erano accentuate sino a giungere ad una vera e propria guerra civile che avrebbe insanguinato la nostra nazione per anni. Furono proprio queste divisioni, infatti, a costituire il punto di partenza dal quale sarebbero sorti, il 23 marzo del 1919, i Fasci di 2

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