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La bonifica dei siti inquinati

Informazioni tesi

  Autore: Marco Sanna
  Tipo: Tesi di Laurea
  Anno: 2004-05
  Università: Università degli Studi di Firenze
  Facoltà: Economia
  Corso: Economia e Commercio
  Relatore: Andrea Simoncini
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 231

La bonifica dei siti inquinati è, senza ombra di dubbio, uno degli argomenti più attuali di tutto il diritto ambientale.
Questa sua attualità deriva sostanzialmente da due fattori: il primo consiste nella sua recente introduzione nel nostro ordinamento giuridico; il secondo riguarda, invece, le prospettive di forte cambiamento che interesseranno la disciplina nel prossimo futuro.
Per quanto riguarda la prima argomentazione, si può subito osservare che la norma fondamentale in merito alle bonifiche dei siti inquinati è contenuta nel decreto Ronchi (d.lgs. 22/97) approvato, con notevoli difficoltà, nel febbraio del 1997. L’art. 17 del decreto, questa è la norma, ha avuto bisogno, tuttavia, di un decreto ministeriale di attuazione che rendesse pienamente operative tutte le disposizioni in esso contenute.
Ecco quindi che, a causa delle varie modifiche del decreto Ronchi e del pesante ritardo dell’approvazione della suddetta norma di attuazione (D.M. 471/99), è accaduto che la disciplina delle bonifiche si formasse con la tecnica della legiferazione in progress.
E’, infatti, solamente da 5 anni che la disciplina è pienamente efficace e completa.

L’art. 17 del d.lgs. 22/97 e il D.M. 471/99, pur con qualche contrasto interno, regolano la bonifica dei siti inquinati introducendo un complesso procedimento caratterizzato da una notevole partecipazione degli enti locali, ai quali sono demandati i compiti più importanti.
Rispettando il principio comunitario «chi inquina paga» anche in Italia è stata introdotta l’attribuzione della responsabilità secondo un criterio oggettivo, creando un’inversione di tendenza rispetto all’art. 18 della legge 349/1986 che regolava il danno ambientale.
L’art. 17 stabilisce, infatti, che è obbligato a bonificare « Chiunque cagiona, anche in maniera accidentale, il superamento dei limiti» indipendentemente da qualsiasi considerazione sul dolo o sulla colpa.
Tuttavia, è prevista anche una procedura nel caso in cui il responsabile non adempia all’obbligo di bonifica. In questo caso sarà il Comune (o, in alcuni casi la Regione o il Ministero dell’ambiente) che dovrà procedere al risanamento dell’area contaminata.
Il soggetto pubblico non può, quindi, tollerare la presenza, nel proprio territorio, di pericoli per la salute umana o l’ambiente, siano essi effettivi o solamente potenziali.
Ad ogni modo, quando il soggetto pubblico eserciterà il suo potere-dovere di sostituirsi al responsabile inadempiente, avrà a disposizione alcuni strumenti per poter recuperare i costi del ripristino ed evitare, così facendo, di far gravare il peso del risanamento sulla collettività.
Tali strumenti sono l’onere reale e i privilegi sul bene inquinato. L’onere reale, figura giuridica alquanto controversa, consente al Comune di rivalersi sull’area da lui bonificata, vendendola e trattenendo il ricavato. L’onere reale può essere esercitato nei confronti di chiunque sia il proprietario dell’area, anche se esso non ha contribuito in alcun modo all’inquinamento.
Ecco quindi che, nel momento in cui vengono coinvolti soggetti estranei all’inquinamento, si prefigura una palese violazione del citato principio «chi inquina paga».

Il sistema vigente in Italia persegue, quindi, l’obiettivo del risanamento ambientale in due modi:
1. secondo un criterio «privatistico». Colui che ha cagionato, oggettivamente, l’inquinamento dovrà bonificare e ripristinare il sito. La bonifica dei siti va ad aggiungersi all’elenco di fattispecie tipiche nelle quali opera la responsabilità oggettiva, in deroga al principio generale ex art. 2043 c. c.
2. secondo un criterio «pubblicistico». Si è tentato di perseguire l’obiettivo del disinquinamento incentivando l’intervento di soggetti estranei all’inquinamento, prevedendo un potere-dovere di sostituzione in capo alla P.A., evitando il più possibile che i costi del ripristino ricadano sulla società, introducendo una clausola di non punibilità (penale) per alcuni fatti di inquinamento seguiti dalla bonifica e prevedendo la possibilità di un cofinanziamento pubblico.

Un’ultima notazione in merito al sistema attualmente vigente può essere fatta osservando che la disciplina è caratterizzata da una applicazione dai criteri certi e uniformi su tutto il territorio nazionale.
Il presente lavoro si occupa anche della confusa situazione precedente all’approvazione del decreto Ronchi, sia della normativa nazionale che di quella di alcune Regioni più sensibili al problema. Un esame è stato fatto anche in merito alle ripercussioni che l’art. 17 ha causato su altre discipline del diritto dell’ambiente.
Il tutto è stato completato con l’osservazione dei nuovi sviluppi della legislazione sulla bonifica dei siti inquinati, tenendo presente le indicazioni delle fonti comunitarie di prossimo recepimento come, ad esempio, l’introduzione dell’analisi di rischio o delle differenti previsioni per le aree dismesse e per quelle ancora in uso.

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Premessa 1 Premessa La bonifica dei siti inquinati rappresenta una delle più importanti novità legislative, nell’ambito del diritto dell’ambiente, intervenute nell’ultimo decennio. La pesante eredità ricevuta dalle epoche passate, composta da siti industriali dismessi, miniere non più in attività, discariche abusive e non, condotte che scaricano fanghi e liquami tossici, ha causato una notevole compromissione dell’ambiente naturale e costruito. Il legislatore, per far fronte ad un’emergenza ambientale di notevoli proporzioni, ha dovuto inserire una disposizione che, da un lato, recepisse senza incertezze il principio comunitario «chi inquina paga» e, dall’altro, prevedesse, in contemporanea, una procedura a carico della P.A. nel caso in cui l’inquinatore dovesse rimanere inerte. C’è stata, quindi, la consapevolezza che la bonifica dei siti inquinati andasse fatta ad ogni costo, non essendo possibile tollerare la presenza di un elevato grado di contaminazione nel suolo, nel sottosuolo e nelle acque. La norma «chiave» della disciplina delle bonifiche, l’art. 17 del d.lgs. 22/97, introdotta quasi «clandestinamente» nel nostro ordinamento, tenta di regolare il delicato problema del disinquinamento. Il presente lavoro fornisce un quadro generale sul funzionamento della disciplina attualmente vigente, tenendo conto delle numerose modificazioni intervenute nel corso degli otto anni di vita dell’art. 17 del decreto Ronchi, ponendo attenzione alla scarna disciplina previgente e sul faticoso iter che ha portato alla nascita della norma. Viene anche evidenziata l’attività delle Regioni che per prime hanno regolamentato il problema della bonifica dei siti inquinati, fornendo talvolta preziose anticipazioni di quanto previsto successivamente dal legislatore statale, talvolta disposizioni in netto contrasto con la futura disciplina nazionale.

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