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Contratto e rapporto nella disciplina del lavoro a progetto

L’introduzione del contratto a progetto, attraverso il D. Lgs. n. 276 del 2003, trova le sue ragioni in un contesto socio-economico caratterizzato dall’innegabile ricorso, sempre maggiore, da parte delle imprese, alle collaborazioni coordinate e continuative. Questo perché il rallentamento dei ritmi di crescita, la riduzione dei volumi produttivi su cui ammortizzare gli enormi costi fissi, propri della fabbrica fordista, uniti alla forte competizione internazionale sui prezzi, e un calo della redditività, fa sì che l’accumulazione capitalistica diventi possibile solo attraverso la flessibilità – fisica e psichica – dei lavoratori.
Infatti, la mancanza di una normativa di riferimento ha prodotto un’incontrollata proliferazione di contratti di collaborazione coordinata e continuativa fasulli, utilizzati in funzione meramente elusiva rispetto all’applicazione delle norme, soprattutto dei meccanismi di tutela, propri del lavoro subordinato.
Obiettivo dichiarato, quindi, degli art. 61-69 della recente D. Lgs. n. 276 del 2003, relativi al lavoro a progetto è porre un freno all’uso distorto di tali contratti, laddove questi celino lo svolgimento di veri e propri rapporti di lavoro subordinato, attraverso una regolamentazione del lavoro autonomo di natura parasubordinato.

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5 INTRODUZIONE Il Consiglio dei Ministri ha approvato il D. Lgs. n. 276 del 10 Settembre 2003, attuativo della legge delega n. 30 del 14 febbraio 2003 di riforma del mercato del lavoro – c.d. “Legge Biagi” – che si ispira alle indicazioni espresse a livello comunitario nell’ambito della cosiddetta “Strategia Europea per l’occupazione”. L’Europa vede nel basso tasso di creazione di nuovi posti di lavoro, e soprattutto nella rigidità del lavoro, in termini di organizzazione dell’orario, di retribuzioni, di mobilità e di adeguamento dell’offerta alle esigenze della domanda di lavoro, le cause di una grave situazione occupazionale 1 . Con la “Riforma Biagi” si è cercato di modernizzare il mercato del lavoro italiano, dando seguito alle indicazioni comunitarie. La riforma presta particolare attenzione alle esigenze di flessibilità espresse da tempo dalle imprese 2 attraverso la realizzazione di “un 1 Scettico L. Mariucci, Dopo la flessibilità cosa? Riflessioni sulle politiche del lavoro, WP C.S.D.L.E. “Massimo D’Antona”, n. 52/2004, in www.lex.unict.it/eurolabor/ricerca/wp/default.htm. L’autore fa notare come “per i più rilevanti conflitti sociali accaduti in questo periodo” in Italia (dalla crisi Fiat e Alitalia, al crack Cirio e Parmalat, fino ai conflitti aperti in tutti i più rilevanti settori pubblici) “nessuno abbia indicato nella rigidità del lavoro e nell’adozione di misure di flessibilizzazione la questione di fondo”. 2 Contrario ad ulteriore flessibilizzazione del mercato del lavoro M. D’ANTONA, Il protocollo sul costo del lavoro e l’autunno freddo dell’occupazione, in Riv. It. Dir. Lav., 1993, I, 411 e ss. L’autore scriveva: “l’idea che quote aggiuntive di flessibilità nelle tipologie di rapporti di lavoro possano produrre occupazione è palesemente obsoleta. Il mercato del lavoro è ormai in

Diploma di Laurea

Facoltà: Economia

Autore: Michele Pepe Contatta »

Composta da 149 pagine.

 

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