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La strega e lo stregone. La personalità dell’analista ed il concetto di controtransfert attraverso differenti paradigmi metapsicologici

La scelta di mantenere questa particolare angolatura nel ripercorrere il cammino del pensiero psicoanalitico è stata dettata dal fatto che la particolare rilevanza data al contributo dell’analista come persona “reale”, all’interno della relazione terapeutica, è ciò verso cui si sta muovendo l’attuale paradigma prospettico-costruttivista.
Ho scelto, in questo breve lavoro, di affrontare il tema del controtransfert, all’interno di quelle che, a mio avviso rappresentano tre tappe fondamentali del pensiero psicoanalitico: la nascita ed il primo sviluppo della metapsicologia freudiana, all’interno del paradigma determinista-positivista, il passaggio dalla teoria strutturale delle pulsioni alla teoria strutturale delle relazioni ed, infine, l’approdo all’attuale paradigma prospettivista-costruttivista.
All'interno della metapsicologia freudiana unico oggetto di indagine è il paziente con il suo mondo interno, costituito di pulsioni ed il suo sistema motivazionale basato sul principio di piacere dispiacere. (1912) Inizia a delinearsi così quella particolare accezione che per lungo tempo ha caratterizzato il concetto di controtransfert, ossia la particolare risposta emotiva dell’analista per l’influsso del paziente sui suoi (dell’analista) sentimenti inconsci, risposta emotiva che costituisce un ostacolo al progredire del processo di cura. Con la teoria strutturale delle relazioni si passa da un’ottica monopersonale ad un’ottica bipersonale nell’osservazione della situazione analitica.
Non solo si inizia a riconoscere al terapeuta un ruolo centrale all’interno della scena analitica, ma egli inizia a fare della sua osservazione partecipata, della sua esperienza e del suo sentire un vero e proprio strumento di lavoro.
Dalla spinta pulsionale e dal conflitto intrapsichico si passa ad osservare l’intreccio relazionale del paziente e successivamente le particolari configurazioni relazionali che il pz. porta sollecitate dall’analista, ma il paziente rimane ancora l’unico oggetto di indagine.
All’interno del paradigma costruttivista, invece, ogni coppia analitica genera la sua propria matrice di transfert-controtransfert, che divengono processi scindibili solo su un piano teorico, perché poli appartenenti ad uno stesso continuum dato dal particolare campo interpersonale formato dal quel analista, con quel paziente, in quel momento.
Il concetto di matrice porta con sé una notevole implicazione clinica relativa al processo di conoscenza del pz. e del suo mondo interno: e cioè che la comprensione della personalità del paziente non può non passare attraverso la comprensione della personalità dell’analista. Interpersonalisti attuali si sono spinti fino ad affermare l’uso terapeutico del controtransfert ritenendo le risposte attivate nell’analista dal transfert del pz uno strumento prezioso di indagine. Dallo specchio opaco, su cui il paziente, unico oggetto di indagine, può proiettare e giocarsi tutti i suoi personali movimenti transferali, a ‘compagno di viaggio’, per usare una metafora di Levenson, consapevole della propria soggettività e del peso che essa gioca nella relazione. (Hoffman, 1998)
E’ necessario divenire consapevoli di quanto i nostri interventi contribuiscano a forgiare la relazione in un modo, che è solo uno dei tanti modi possibili, attraverso la costruzione di significati nuovi, che consentano al paziente di espandere la propria comprensione di sé e del mondo relazionale in cui sono immersi. Non possiamo conoscere a priori quale sarà l’esito del cammino analitico intrapreso con un determinato paziente, ciò che possiamo conoscere è quello che accade di volta in volta con quel paziente, in quella situazione e in quel momento.

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3 Introduzione “[...] ho dovuto seguire l’esempio di quei ricercatori la cui massima soddisfazione consiste nel riportare alla luce del sole le inestimabili – anche se ormai mutile –vestigia delle antiche civiltà: così ogni volta ho cercato di recuperare ciò che era stato seppellito,[...], e, da buon archeologo, non ho mai trascurato di indicare con precisione in ogni singolo caso in che punto dell’opera le strutture non sono più quelle originali, e cominciano invece i miei restauri.” (S. Freud,1994, p.21). L’immagine dell’archeologo per lungo tempo ha accompagnato il cammino della psicoanalisi, di quella psicoanalisi nata alla fine dell’800, in pieno fervore positivista. La passione della scoperta, accendeva gli animi, la scienza faceva progressi e si andava verso certezze che sembravano inconfutabili. In questo clima trova la sua origine la teoria, e, quindi, la tecnica psicoanalitica, in modo graduale, non frutto di una scoperta o di una invenzione improvvisa, ma nel lento, meticoloso, quotidiano lavoro clinico. (R.R. Greenson, 1967). In questo clima, Freud, animo conquistatore e “avventuriero” dello spirito (Jones, 1955, cap. 16) con il suo senso clinico e la sua capacità di armonizzare pensiero teorico e creatività ha avuto “[...] il coraggio e l’immaginazione necessari per esplorare con vigore e creatività nuove regioni del pensiero [...]” (Ibidem, pp 12) Essendo la psicoanalisi una scienza umana, come il pensiero umano anch’essa è in divenire, pertanto ha vissuto, al suo interno, cambiamenti di prospettiva, spostamenti di accento, evidenziando ora taluni ora tal’altri aspetti o portandone in auge di nuovi. Il complesso obiettivo che ci si propone con questo lavoro è quello di mettere l’accento sul cambiamento radicale di prospettiva che il pensiero psicoanalitico ha attuato negli ultimi anni, mantenendo come punto di osservazione l’analista e quanto egli si giochi, all’interno della relazione con il paziente, in termini di controtransfert e della sua soggettività. La scelta di mantenere questa particolare angolatura nel ripercorrere il cammino del pensiero psicoanalitico è stata dettata dal fatto che la particolare

Tesi di Specializzazione/Perfezionamento

Autore: Giuditta Borghetti Contatta »

Composta da 33 pagine.

 

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