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Implicazioni istituzionali dell'ampliamento dell'Unione europea ai Paesi dell'Est

Informazioni tesi

  Autore: Viviana Melis
  Tipo: Tesi di Laurea
  Anno: 2002-03
  Università: Università degli Studi di Roma La Sapienza
  Facoltà: Economia
  Corso: Economia e Commercio
  Relatore: Luca Marini
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 299

Al termine della mia analisi su alcune delle principali implicazioni istituzionali che l’ampliamento dell’Unione ai Paesi dell’Est europeo ha già prodotto e continuerà a determinare ho concluso senza esitazione che il processo di allargamento rappresenta un successo della storia europea poiché è indice della bontà dell’integrazione europea. Dall’Europa a sei, sorta nel dopoguerra per rispondere all’ esigenza di ritrovare stabilità e di condividere pacificamente vitali risorse produttive, la Comunità si è espansa, sviluppando la sua struttura sovranazionale sul modello democratico-liberale degli Stati che ne facevano parte. Il fatto che Paesi che, fino a quindici anni fa, facevano parte del “blocco comunista” abbiano dato tanta priorità all’adesione all’Unione europea lo dimostra.
Tuttavia il processo di allargamento è stato affrontato fin’ora con un’ottica tutta negoziale e per lo più intergovernativa, essendosi dato molto risalto alla necessità che i candidati all’adesione si conformassero a certi standard economici, politici e giuridici, adattando soprattutto i sistemi giuridici nazionali alla legislazione comunitaria (acquis communautaire), ma avendo prodotto risultati modesti rispetto ad alcune questioni cruciali, quale è la necessità di stabilire nuove regole di funzionamento e un nuovo equilibrio istituzionale in seno all’Unione europea, per prepararla realmente alla sua nuova (e prossima) dimensione. Ho criticato il metodo stesso per la revisione dei Trattati, basato sulla convocazione di una Conferenza Intergovernativa, in quanto ha affidato puntualmente ai Capi di Stato e di Governo la responsabilità di modificare norme del diritto comunitario primario che producono effetti sui popoli che essi rappresentano, pur essendo la voce del demos quasi completamente ignorata nel consesso diplomatico. Anche il Trattato elaborato dal Consiglio europeo di Nizza si presta a questa osservazione, in quanto i risultati negoziali sono stati frutto, in alcune materie, della difesa di singoli interessi nazionali, come nel caso emblematico della riponderazione dei voti in seno al Consiglio dei Ministri, piuttosto che di una visione più lungimirante. Lo sarebbe , a mio avviso, privilegiare la scelta del sistema di doppia maggioranza qualificata per la determinazione delle maggioranze in seno al Consiglio, consistente nella maggioranza degli Stati membri, ciascuno con un voto, che rappresenti la maggioranza della popolazione dell’Unione. In questa direzione è andata anche la Convenzione europea: tuttavia, anche qualora il Progetto di Trattato costituzionale elaborato dalla Convenzione europea, nella sua formulazione attuale, dovesse entrare in vigore, il sistema di voto ponderato quale regolato dal Trattato di Nizza continuerebbe ad applicarsi fino al 1° novembre 2009. In un’Unione europea a 25 e più membri non è pensabile che sia l’imposizione del singolo Stato, e per giunta nella fase risolutiva di un lungo periodo negoziale, a impedire avanzamenti preziosi e che migliorerebbero l’efficacia delle istituzioni.
I meccanismi decisionali, in primis, determinano l’ efficacia nella gestione dei molteplici nuovi compiti che dovrà svolgere un’ Unione europea allargata.
E’ in corso un processo che all’Europa del mercato unico affiancherà l’Europa in cui gli Stati sentiranno sempre più l’esigenza di coordinare azioni e politiche e in cui, è auspicabile, siano gli stessi a realizzare l’importanza e l’urgenza di introdurre nuovi elementi federalistici nell’ordinamento comunitario, piuttosto che perseverare in posizioni particolaristiche. Un ruolo di rilievo nella maturazione di questa consapevolezza potrebbero avere le cooperazioni rafforzate, che hanno avuto una disciplina fin dal Trattato di Amsterdam, ma un miglioramento (oltre che un’espansione degli ambiti in cui possono essere instaurate) nel Trattato di Nizza. Se alla loro applicazione fosse data concretezza, potrebbero essere l’effettiva risposta istituzionale alle proposte politiche di un’Europa a più velocità o a geometria variabile.

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6 Introduzione Questo lavoro tratta di un argomento di grande impatto storico, politico, culturale, perché coinvolge indifferentemente tutti i cittadini dell’Unione europea, che pure non ne abbiano consapevolezza. Si tratta dell’ampliamento della Europa dei Quindici, pervenuta a questa dimensione a seguito di successive adesioni di nuovi membri, all’Europa dei Venticinque (a partire dal 1° gennaio del 2004), poi dei Ventisette e, in prospettiva, di un numero ancora più elevato di componenti. Non è solo la portata di questo V ampliamento a far riflettere, ma la tipicità della maggior parte dei Paesi che ne sono protagonisti 1 , ieri al di là della “cortina di ferro”, agli occhi del mondo occidentale interlocutori difficili e lontani dal sistema della democrazia e dell’economia liberali, oggi partner desiderosi di condividere con gli Stati membri l’ordine istituzionale ed economico comunitario. Nonostante le implicazioni prodotte da questo evento siano di varia natura e coinvolgano nello studio economisti, storici, politologi, sociologi, ognuna di queste conseguenze sarà imprescindibilmente condizionata da un aspetto di fondo: la struttura e il funzionamento delle istituzioni dell’Unione. L’esigenza di alcuni mutamenti incisivi nelle istituzioni comunitarie non si è manifestata, in realtà, con questo ampliamento, perché il dibattito in proposito è annoso. Certamente nell’ultimo decennio si è accentuata l’urgenza di risolvere questa problematica. Infatti, pur a seguito dei molteplici interventi sulla struttura e il funzionamento del Consiglio dei ministri, della Commissione, del Parlamento europeo, della Corte di Giustizia (e del sistema giurisdizionale in genere) susseguitisi dalla nascita della Comunità ai giorni nostri, sorge, a questo punto, il dubbio 1 Tra i dieci Paesi prossimi all’adesione ci sono anche Cipro e Malta, ragione per cui spesso si parla di “ampliamento ai paesi dell’Est e del Sud d’Europa”. Si evince dal testo il motivo dell’enfasi riposta sull’adesione dei PECO.

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