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L'economia israeliana nel 1990 e nel 2002 come economia di uno Stato in conflitto permanente

Informazioni tesi

  Autore: Nicole Malfatto
  Tipo: Laurea liv.I
  Anno: 2003-04
  Università: Università degli Studi Ca' Foscari di Venezia
  Facoltà: Economia
  Corso: Scienze dell'economia e della gestione aziendale
  Relatore: GiulianoPetrovich
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 70

Lo Stato di Israele vive in una situazione di conflitto sin dalla sua nascita, conflitto che oltre ad essere costoso in termini di vite umane e di decisioni politiche, colpisce l'economia in ogni suo aspetto. Se da un lato le guerre, le Intifada e la situazione di continua allerta hanno portato all'economia israeliana delle positività come una fiorente industria bellica, una buona percentuale di ingegneri sulla totalità dei laureati e ottime applicazioni delle innovazioni sui prodotti bellici per i prodotti civili (soprattutto nel campo del high tech); dall'altro, ha causato un indirizzo obbligato delle risorse economiche (con conseguenti problemi di politica di bilancio e monetaria) che potevano essere rivolte altrove e con maggior profitto.
Come anni d’analisi sono stati scelti il 1990, in cui iniziava a scemare la prima Intifada ed è esploso il boom di migrazione dall’ex Unione Sovietica che ha notevolmente spinto la ricerca nel campo dell’high tech, e il 2002, anno di forte tensione per la seconda Intifada.
Le conclusioni riguardo a questi due periodi, preceduti da un'analisi di insieme dell'economia di Israele, sono supportati da dati numerici e dal un modello econometrico elaborato da Zvi Eckstein e Daniel Tsiddon dell'università di Tel Aviv nel 2004.

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3 Parte 1: La situazione economica generale 1.1 Storia economica di Israele: Lo Stato di Israele è stato fondato nel 1948 con una risoluzione ONU dopo un periodo di protettorato del Regno Unito nel territorio a seguito della caduta dell’Impero Ottomano alla fine della prima Guerra Mondiale. Nella zona la presenza ebraica era già aumentata di molto negli anni precedenti sulla scia dei movimenti sionisti nati in Europa e delle persecuzioni. I primi flussi migratori (definiti Aliyah) hanno, infatti, posto le basi per lo sviluppo della moderna economia dello Stato (principale caratteristica di questo Paese è il forte impegno nell’assorbimento e nell’integrazione degli immigrati. Nei suoi primi quattro anni di vita, Israele ne accolse 1,2 milioni, triplicando la sua popolazione iniziale1). La forza lavoro che cominciò ad arrivare venne indirizzata verso l’agricoltura, secondo l’ideale sionistico, e i vari movimenti presenti sul luogo iniziarono ad erigere le basi per la futura società israeliana per mezzo di capitali esteri (le autorità britanniche diedero la priorità alle infrastrutture per la comunicazione e il trasporto, in modo che tali investimenti fossero d’utilità agli interessi commerciali dell’Impero). L’importazione di capitali nello Stato avveniva sia tramite il canale pubblico che quello privato: il primo comprendeva i fondi raccolti attraverso i contributi a favore dei diversi organi dell’Organizzazione sionista mondiale, quelli dell’Associazione per la colonizzazione ebrea della Palestina e del Comitato di distribuzione congiunta ebrea-americana e fondi di supporto per i partiti politici; il secondo era invece costituito da denaro da privati. Circa il 40% del capitale d’origine pubblica era

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Parole chiave

conflitto arabo-israeliano
economia israeliana
israele

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