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Come una bottiglia indica la propria presenza

Nel mio lavoro c’è innanzitutto la volontà di de-banalizzare il ruolo di una tipologia di oggetti inizialmente conosciuti solo per la loro funzione immediatamente riscontrabile (comportarsi da contenitori), andando a valorizzarne l’aspetto comunicativo; in secondo luogo ho voluto rendere più accessibile una disciplina come la semiotica staccandola dalla teoria pura e impiegandola per delle analisi di oggetti; essa, con gli strumenti che ci mette a disposizione ben si presta a trattare le bottiglie alla stregua di testi : nonostante la semiotica sia una scienza molto complessa, tutti sentiamo il bisogno prima o poi di comportarci da semiotici, ovvero di andare alla scoperta di segni e di studiarne la natura.
Questo breve lavoro vuole essere propedeutico allo sviluppo di uno sguardo più impegnato verso le realtà oggettive che ci circondano, nella speranza che una lettura attenta anche di oggetti comuni (primi fra tutti le confezioni) possa essere occasione di confronto e costruzione di nuovi plausibili significati. Possiamo imparare a leggere grazie alle bottiglie.
Oggigiorno l’aspetto comunicativo sta decisamente avendo il sopravvento e la confezione diventa un oggetto di interesse tanto quanto il prodotto vero e proprio che è al suo interno. Il packaging è il punto di contatto tra il consumatore e il prodotto nonché il primo mezzo a disposizione dell’impresa per comunicare sé stessa e il proprio marchio. Ancora meglio: la bottiglia si configura per il marketing come il primo filtro comunicativo attraverso il quale si attivano i processi di percezione del prodotto da parte dell’utilizzatore . Il packaging funziona dunque da soglia semiotica che mette in comunicazione il consumatore con il prodotto: la bottiglia al contempo racconta un altro oggetto (il prodotto) per un soggetto (il consumatore).

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Come una bottiglia indica la propria presenza © Isaia Busatta 2004 5 1) Premessa In questo lavoro tenteremo in primo luogo di delineare le caratteristiche generali del packaging e di individuare le aree di maggior interesse che emergono dai contribuiti dati da diversi studi effettuati fino ad ora. Ci impegneremo nel dare al nostro studio una impostazione semiotica e per questo tenteremo di avvalersi delle teorie semiotiche che più si adattano al nostro intento che è quello di dare una lettura delle bottiglie di birra di diversa nazionalità. Vedremo come il concetto di packaging sia in realtà più complesso di quanto crediamo e dunque come esso esuli dalla semplice (e semplicistica) definizione che lo vuole come confezione di natura squisitamente materiale; a tal fine faremo sì che dalla nostra analisi emergano delle possibili soluzioni alle seguenti problematiche: 1) quale insieme percettivo scaturisce dalle interazioni del consumatore con i packaging, marche e altri soggetti/oggetti 2) come si passa dalla denotazione alla connotazione e il ruolo del packaging visto come canale comunicativo che le imprese usano per stimolare i consumatori a costruire nuovi significati 3) fino a dove si può estendere il concetto di packaging e come la pubblicità costituisca un efficace veicolo di questo assumendo pure essa il titolo di packaging virtuale. Quanto vedremo nella parte teorica verrà utilizzato come strumento di analisi delle bottiglie di birra selezionate ma questo non vieta di impiegare il metodo per lo studio di ogni altro genere di confezione. Ci sembra doveroso dire brevemente le motivazioni che ci hanno condotto a scegliere proprio le bottiglie e proprio determinate marche di birra e determinati formati di bottiglia rispetto ad altri packaging distribuiti in Italia. La nostra scelta è caduta proprio su questo argomento nel non semplice tentativo di voler de-banalizzare il ruolo di una tipologia di contenitore i cui tratti basilari sono rimasti gli stessi per secoli ma che ha visto caricare la propria superficie di elementi che esulano dal semplice aspetto funzionale e che non sempre riescono ad essere colti. Le birre sono delle bevande, molto probabilmente nate per caso1, che 1 È plausibile sostenere che gran parte delle bevande alcoliche ottenute dalla fermentazione di cereali, arbusti, frutta o miele in acqua siano nate dalla banale dimenticanza di qualcuno di questi ingredienti in un recipiente con dell’acqua e in seguito il calore, i batteri e il tempo abbiano fatto la loro parte.

Laurea liv.I

Facoltà: Scienze della Comunicazione

Autore: Isaia Busatta Contatta »

Composta da 90 pagine.

 

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Disponibile in PDF, la consultazione è esclusivamente in formato digitale.