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Caratterizzazione della perossiredossina Bcp2 da Sulfolobus solfataricus e suo ruolo nella risposta allo stress ossidativo

Informazioni tesi

  Autore: Alessia Indrieri
  Tipo: Tesi di Laurea
  Anno: 2004-05
  Università: Università degli Studi di Napoli - Federico II
  Facoltà: Scienze Matematiche, Fisiche e Naturali
  Corso: Scienze Biologiche
  Relatore: Simonetta Bartolucci
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 91

Bcp2 è stata identificata come una putativa perossiredossina (Prx) nel genoma dell’archeon ipertermofilo Sulfolobus solfataricus. Il suo ruolo nello stress ossidativo è stato indagato attraverso una analisi dell’RNA isolato da una coltura di cellule di S. solfataricus sottoposte a stress ossidativo con diversi agenti ossidanti. Il suo specifico coin volgimento è stato confermato da un considerevole incremento nella trascrizione del gene bcp2 in seguito all’induzione con perossido di idrogeno (H2O2). Il gene bcp2 è stato clonato ed espresso in Escherichia Coli, e l’enzima ricombinante è stato purificato ed è stata analizzata la sua attività antiossidante. L’enzima è capace di catalzzare la riduzione del H2O2 e do proteggere il DNA plasmidico dal taglio ossidativo prodotto dai radicali generati dal sistema MCO (metal-catalyzed oxidation). Una analisi per Western blot rivela ha rivelato che l’espressione di Bcp2 viene indotta come adattamento in risposta all’addizione di agenti ossidanti. I risultati ottenuti indicano che Bcp2 gioca un importante ruolo nel sistema di detossificazione dei perossidi in S. solfataricus. Studi di mutagenesi hanno dimostrato che l’unico residuo di cisteina (Cys49) presente nella sequenza amminoacidica di Bcp2, è convolto nella catalisi.
In conclusione, questi dati confermano che Bcp2 è la prima 1-Cys perossiredossina (1-Cys Prx) archeale finora identificata.

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6 1.1 L’ossigeno e le sue specie reattive (ROS) Quando le prime forme di vita apparvero sulla terra, nell’atmosfera erano presenti solo bassissime concentrazioni di ossigeno e questo ha fatto supporre che i primi organismi viventi fossero essenzialmente anaerobi. La concentrazione dell’ossigeno nell’atmosfera cominciò ad aumentare circa 2.4 bilioni di anni fa con la comparsa e l’evoluzione di organismi capaci di effettuare una fotosintesi ossigenica in cui l’H 2 O funge da donatore di elettroni e subisce un processo di fotolisi liberando ossigeno molecolare. L’incremento dei livelli di ossigeno nell’atmosfera determinò un grosso cambiamento nel mondo microbico. Molte forme viventi primitive o si estinsero o seguirono un tipo di “adattamento” evolutivo, restringendo la loro nicchia ad ambienti dove l’ossigeno non era presente in concentrazioni tossiche. Altri organismi, invece, sotto questa forte pressione selettiva, svilupparono diversi meccanismi per tollerare l’ossigeno e/o per poterlo utilizzare nel loro metabolismo come accettore terminale di elettroni con la conseguente evoluzione di una forma di respirazione più efficiente. Tuttavia quando l’ossigeno è presente in concentrazioni superiori al 21%, quantità attualmente presente nell’atmosfera terrestre, può diventare nocivo anche per i microrganismi aerobi. La tossicità dell’ossigeno non può essere spiegata in maniera soddisfacente nè considerando i semplici effetti inibitori su alcuni enzimi, né attribuendo all’ossigeno la capacità di danneggiare molecole biologiche che risultano essere stabili in sua presenza. Circa cinquanta anni fa, Gerschman propose che la tossicità dell’ossigeno poteva essere attribuita alla formazione e all’accumulo di specie reattive dell’ossigeno (ROS), quali ad esempio l’anione superossido (O 2 ·- ), il

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Parole chiave

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