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La guerra dell'Ogaden e la fine della distensione

Informazioni tesi

  Autore: Riccardo Fabiani
  Tipo: Tesi di Laurea
  Anno: 2004-05
  Università: Università degli Studi Roma Tre
  Facoltà: Scienze Politiche
  Corso: Scienze Politiche
  Relatore: Leopoldo Nuti
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 172

La guerra fra Etiopia e Somalia nel 1977-78 ebbe un profondo impatto sulla storia della distensione fra Stati Uniti e Unione Sovietica. Il conflitto nel Corno d'Africa infatti segnò la crisi irreversibile della détente e il ritorno alla Guerra Fredda.
Un ruolo determinante nel fallimento della distensione l'ebbero le lobby conservatrici, il Consigliere alla Sicurezza Brzezinski e un'incapacità consolidata da entrambe le superpotenze di riuscire a superare gli schemi percettivi ed interpretativi della Guerra Fredda. In questa tesi, si analizza la dinamica relazionale fra l'Amministrazione Carter, col suo background moralista e wilsoniano, e la classe dirigente sovietica, incapace di andare oltre gli schemi aprioristici dell'ideologia; inoltre, viene dato risalto al ruolo solo parzialmente autonomo giocato da Cuba nell'invio delle proprie truppe in Etiopia (a differenza del sostegno fornito nel 1975 all'Angola, quando L'Avana agì almeno in un primo momento in maniera semi-autonoma).

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Introduzione Il conflitto fra Etiopia e Somalia del 1977-78, assieme alla crisi in Angola del 1975, fu uno dei segnali più chiari della fine di un lungo periodo nella storia delle relazioni internazionali caratterizzato dalla ricerca di nuovi equilibri mondiali e basato sul dialogo bipolare come mezzo di risoluzione dei contrasti fra le due superpotenze. Questo processo, che divenne noto come “distensione” o “détente” proprio per evidenziare l’alleggerimento della tensione tipica della Guerra Fredda, era determinato dalla comparsa di una serie di nuovi fattori internazionali che avevano sostanzialmente indebolito la posizione di supremazia degli Stati Uniti, alterando il vecchio schema delle relazioni mondiali emerso dopo la fine del conflitto. Innanzitutto la decolonizzazione aveva aumentato notevolmente il numero degli attori presenti sulla scena globale e aveva aperto la strada al movimento dei Paesi non-allineati, costituitosi rapidamente come forza parzialmente autonoma rispetto al bipolarismo Est-Ovest. Gli imperi coloniali europei si erano sgretolati negli anni ’50 e ’60; negli anni ’70 con la Rivoluzione dei Garofani e la fine della dittatura era terminato anche il dominio portoghese in Angola e Mozambico; ben presto era apparso chiaro come l’egemonia americana sui Paesi del Terzo Mondo non fosse a portata di mano, come dimostrò già nel 1952 il golpe degli “Ufficiali Liberi” in Egitto e l’iniziale equidistanza egiziana dai due blocchi, seguito alcuni anni dopo dall’avvicinamento del Cairo a Mosca. Le maggioranze in seno all’ONU adesso erano condizionate dai numerosi Stati africani e mediorientali, che tentavano di coordinare posizioni comuni attraverso le conferenze internazionali di cui Bandung nel 1955 fu la prima. Un’altra novità era costituita dagli Stati usciti sconfitti o distrutti dall’ultima guerra mondiale e che erano risorti dalle proprie macerie per diventare nuove potenze economiche capaci di mettere in crisi l’egemonia 3

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