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Identità, cultura, etnia: l'uso politico dell'appartenenza

Il Novecento è stato definito il secolo delle grandi guerre e delle grandi scoperte tecnologiche, queste ultime capaci di sterminare intere aree, se usate nei campi di battaglia. Subito dopo la Seconda Guerra Mondiale l’uomo, sconvolto dalla sua stessa capacità annientatrice, ha cercato di istituire organismi sovranazionali mediatori di conflitti a tutela del primordiale diritto alla vita. Ciò nonostante, già nel 1974, a soli venti anni di distanza, si contavano circa venti milioni di persone che avevano perso la vita non più a causa di conflitti tra grandi potenze ma a causa di lotte tra piccoli gruppi classificati come “ guerre etniche”. Questa visione – di un mappa globale costituita da un puzzle di identità culturali e civiltà che si fronteggiano tra di loro - non riesce però a cogliere la genesi del conflitto e non tiene conto della capacità che in determinate situazioni hanno popolazioni diverse di vivere l’una accanto all’altra. Semmai, la definizione «scontro di civiltà», conflitto etnico o culturale, ci induce a ricondurre il dibattito sulla cultura e sull’identità da un piano esclusivamente culturale a uno politico. L’impressione è che in un mondo sottoposto all’azione del rullo compressore dell’industrialismo, e dell’industrialismo capitalista in particolare, molte differenze culturali spariranno. Forse sarebbe meglio dire che le culture umane tenderanno – come di fatto tendono – ad acquisire sempre più alcuni tratti uniformi. È però anche vero che, per quanto riguarda l’identità etnica, questa ha conosciuto negli ultimi decenni un notevole revival. C’è chi considera questo fenomeno – non importa se etichettato come “risveglio” dell’identità etnica o dell’identità culturale – come un dato tutto sommato positivo, nel senso che, di fronte al timore di una omogeneizzazione planetaria delle culture, queste ultime sembrano reagire incrementando i motivi della propria originalità attraverso una continua auto-re-invenzione. Il “risveglio” dell’identità culturale e legato ai massacri e alle pulizie etniche del mondo contemporaneo in particolare agli effetti di un uso politico di tali concetti, ed è proprio per questa ragione che l’attenzione delle scienze sociali si è spostata sulle scelte politiche. In definitiva dalla Seconda Guerra Mondiale in poi cambiano i modi di attuazione delle strategie politiche dell’identità; se la guerra fredda ha creato un’”unità dei popoli” appartenenti a uno o quell’altro blocco, solo negli anni nella seconda metà del secolo trascorso si svelerà il carattere fittizio delle rispettive unioni. La fine del mondo bipolare ha portato al crollo di molte certezze e della possibilità di trovare delle identificazioni forti. Spostandosi da un piano biologico a uno simbolico, il nuovo razzismo ideologico si è riformulato su basi diverse: si è trasformato in un’enfatizzazione radicale delle caratteristiche culturali. In questo modo diventa più facile, per i sostenitori di tali istanze, aggirare le accuse di razzismo e proporsi, al contrario, come paladini difensori delle specificità culturali che vengono così a prendere il posto delle vecchie, presunte, diversità biologiche. Allo stesso tempo la mondializzazione, quella che per i movimenti identitari è vista come la fobia di un pianeta omologato negli usi e nei costumi, ha contribuito al senso di incertezza che caratterizza molti gruppi umani. La credenza da parte di un gruppo in un’origine comune diventa un rifugio, una sicurezza illusoria. In questo modo non esistono più gli “abitanti”, i “cittadini” di una regione particolare, ma esistono da sempre e una volta per tutte, gli hutu, i tutzi, i serbi, i croati.
L’enfasi sempre maggiore posta sulle culture e sulle loro presunte radici conduce a una crescente attenzione verso il “locale” e i localismi. Accade poi che alcuni localismi, impugnati da élite dotate di sufficiente potere, vengono gonfiati di aspirazioni globali: le regioni vogliono diventare stati, i dialetti lingue e così via.

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Il mito del conflitto etnico globale. Il Novecento è stato definito il secolo delle grandi guerre e delle grandi scoperte tecnologiche, queste ultime capaci di sterminare intere aree, se usate nei campi di battaglia. Subito dopo la Seconda Guerra Mondiale l’uomo, sconvolto dalla sua stessa capacità annientatrice, ha cercato di istituire organismi sovranazionali mediatori di conflitti a tutela del primordiale diritto alla vita. Ciò nonostante, già nel 1974, a soli venti anni di distanza, si contavano circa venti milioni di persone che avevano perso la vita non più a causa di conflitti tra grandi potenze ma a causa di lotte tra piccoli gruppi classificati come “ guerre etniche” 1 . Le attuali discussioni sui problemi internazionali sono spesso basate su un’assunzione del tutto fuorviante, secondo la quale il mondo sarebbe oggi attraversato da conflitti etnici. I diversi gruppi etnici si fronteggiano rinfocolando vecchie ostilità, frenati soltanto dagli stati più potenti 2 . Una parte dell’antropologia contemporanea, di cui uno dei maggiori esponenti è Samuel P. Huntington, ritiene che, conclusa la Guerra fredda, gli esseri umani non si identificano più in base all’ideologia o al sistema economico in cui operano, ma in base alla propria lingua e religione, alle proprie tradizioni e costumi. Di conseguenza, la politica mondiale si sta configurando secondo schemi culturali e la cultura assume una forza al contempo aggregante e disgregante. Civiltà e cultura fanno entrambe riferimento allo stile di vita generale di un popolo, e una civiltà non è altro che una cultura su larga 1 Cfr. Philippe Poutignat, Joselyne Steiff-Fenart, Teorie dell’etnicità, Mursia, Milano 2000. 2 Uno dei più convinti sostenitori di questa visione è Robert Kaplan, Balkan Gost: A Journey Through History, St. Martin’s, New York 1993.

Laurea liv.I

Facoltà: Scienze Politiche

Autore: Fabio Fichera Contatta »

Composta da 80 pagine.

 

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Disponibile in PDF, la consultazione è esclusivamente in formato digitale.