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L'esame di persona imputata in un procedimento connesso

Nell’ambito del procedimento penale avviene spesso che, al fine di accertare i fatti, sia necessario acquisire il contributo probatorio di soggetti che rivestono essi stessi la qualifica di “imputati”(nello stesso o in diverso procedimento).
Il complesso rapporto che viene a crearsi tra l’imputato che rende dichiarazioni sull’altrui responsabilità penale e il destinatario delle stesse era interamente disciplinato, fino al 2001, dall’art. 210 c.p.p., attraverso l’ “esame di persona imputata in un procedimento connesso”. Mezzo di prova molto discusso e contestato, esso è stato, fin dalla sua introduzione nell’ormai lontano 1977, l’unico strumento attraverso il quale era possibile l’ingresso, nel processo, del contributo di soggetti che, essendo anch’essi imputati, non potevano rendere testimonianza.
Il rapporto tra i due imputati si risolve, a ben vedere, nel rapporto tra i rispettivi diritti di difesa: da una parte il diritto dell’imputato accusatore a non rendere dichiarazioni suscettibili di pregiudicare la propria posizione processuale, dall’altra il diritto dell’accusato ad un confronto diretto con chi lo accusa.
Fino al 2001 tale contrapposizione vedeva una netta prevalenza del diritto dell’imputato accusatore: l’art. 210 permetteva a quest’ultimo, senza alcuna riserva, di formulare accuse senza subire nessuna conseguenza per un’ eventuale falsità e di chiudersi, in dibattimento, in un totale “mutismo” dopo aver reso dichiarazioni accusatorie nella fase delle indagini.
Il diritto al silenzio di tale soggetto era “supertutelato” a scapito del diritto dell’imputato accusato a confrontarsi con il proprio accusatore.
L’inaccettabilità di una tale situazione si è mostrata in tutta la sua evidenza a seguito della riforma dell’art. 111 Cost. ad opera della l. cost. n. 2 del 1999, che ha inserito nel testo costituzionale i c.d. “principi del giusto processo”, tra i quali, in particolare, il principio del contraddittorio nella formazione della prova, il diritto dell’imputato ad interrogare i suoi accusatori, la regola secondo la quale la colpevolezza dell’imputato non può essere provata sulla base delle dichiarazioni di chi si è sempre sottratto al contraddittorio.
Alla luce di tali principi, si è resa necessaria una “revisione” dell’intero sistema probatorio e, in primo luogo, una riduzione dell’area del diritto al silenzio concesso a imputati connessi e collegati.
A ciò ha provveduto – rectius, ha “cercato” di provvedere – la legge n. 63 del 2001, nota come “legge di attuazione del giusto processo”. Essa ha apportato importanti modifiche in tema di incompatibilità a testimoniare, ha limitato la facoltà di tacere degli imputati accusatori e ha introdotto una figura inedita nel nostro ordinamento: quella del “testimone assistito”. Si è cercato, insomma, di estendere il più possibile l’obbligo di verità di coloro che depongono sull’altrui responsabilità penale.

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I INTRODUZIONE Nell’ambito del procedimento penale avviene spesso che, al fine di accertare i fatti, sia necessario acquisire il contributo probatorio di soggetti che rivestono essi stessi la qualifica di “imputati”(nello stesso o in diverso procedimento). Il complesso rapporto che viene a crearsi tra l’imputato che rende dichiarazioni sull’altrui responsabilità penale e il destinatario delle stesse era interamente disciplinato, fino al 2001, dall’art. 210 c.p.p., attraverso l’ “esame di persona imputata in un procedimento connesso”. Mezzo di prova molto discusso e contestato, esso è stato, fin dalla sua introduzione nell’ormai lontano 1977, l’unico strumento attraverso il quale era possibile l’ingresso, nel processo, del contributo di soggetti che, essendo anch’essi imputati, non potevano rendere testimonianza. Il rapporto tra i due imputati si risolve, a ben vedere, nel rapporto tra i rispettivi diritti di difesa: da una parte il diritto dell’imputato accusatore a non rendere dichiarazioni suscettibili di pregiudicare la propria posizione processuale, dall’altra il diritto dell’accusato ad un confronto diretto con chi lo accusa. Fino al 2001 tale contrapposizione vedeva una netta prevalenza del diritto dell’imputato accusatore: l’art. 210 permetteva a quest’ultimo, senza alcuna riserva, di formulare accuse senza subire nessuna conseguenza per un’ eventuale falsità e di chiudersi, in dibattimento, in un totale “mutismo” dopo aver reso dichiarazioni accusatorie nella fase delle indagini.

Tesi di Laurea

Facoltà: Giurisprudenza

Autore: Ileana Sechi Contatta »

Composta da 175 pagine.

 

Questa tesi ha raggiunto 6364 click dal 28/02/2006.

 

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Disponibile in PDF, la consultazione è esclusivamente in formato digitale.