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Il lavoratore extracomunitario e la tutela antidiscriminatoria in Italia e Spagna

L’immigrazione italiana risulta estremamente frammentata. Prima dell’11 settembre 2001 l’atteggiamento degli italiani nei confronti dell’ Islam era relativamente tollerante, infatti una ricerca comparata condotta nell’ Unione Europea nel 2000 mostrava che solo il 10 % del campione italiano si dichiarava contrario ad un’ immigrazione proveniente dai paesi islamici, di contro ad una media europea del 18 %; il 30 % era disposto ad accettarli senza restrizioni, di contro ad una media europea del 17 %.Dopo l’attacco alle torri gemelle però, la diffidenza verso le minoranze islamiche e le comunità arabe in Italia è cresciuta: un terzo degli italiani ha dichiarato di avere maggiori timori e diffidenze nei confronti di queste popolazioni.La migrazione è un processo in costante evoluzione che continuerà a giocare un ruolo essenziale nelle società di tutto il mondo, con implicazioni politiche, economiche, sociali e culturali. Oggi nel mondo — sono dati ONU — 175 milioni di persone risiedono in un Paese differente da quello di nascita, una cifra che è raddoppiata negli ultimi 25 anni. Di questi, quasi un terzo vivono in Europa. Anche in Italia il fenomeno comincia ad essere decisamente consistente dato che, già oggi, si contano quasi tre milioni di immigrati. E' ben difficile pensare di fermare i flussi migratori. Molto meglio allora fare i conti con le implicazioni globali che questo comporterà per il nostro mondo nel futuro ed accogliere i futuri nuovi nostri concittadini nel pieno rispetto dei loro diritti umani e democratici. Lo sviluppo del lavoro immigrato in Italia, come in altri paesi della Comunità europea, può essere considerato ormai un fenomeno irreversibile e destinato a giocare un ruolo decisivo nei mutamenti economici, sociali, culturali e politici della nostra società.C’e’ una rinnovata convinzione che il mercato del lavoro non possa fare a meno dell’apporto degli immigrati, ma che tale inserimento debba essere progressivo e governato in maniera efficace e razionale, proprio per evitare gli effetti negativi che una perdita di controllo sui flussi finirebbe per comportare.Fondamentale in questo processo è il grado di integrazione che il lavoratore straniero riuscirà a raggiungere negli ambienti lavorativi. Un risultato positivo in questo senso, che certamente contribuirebbe a favorire uno sviluppo armonioso del grado di multietnicità nel nostro paese, può essere raggiunto solo con un atteggiamento aperto e fiducioso di tutti, ed in primo luogo del legislatore, abbandonando i pregiudizi ed elaborando efficaci strumenti giuridici volti a favorire effettivamente l’inserimento regolare dei lavoratori extracomunitari, evitando pericolose criminalizzazioni, e prevenendo quelli che sono gli ostacoli più odiosi ad un sano e costruttivo rapporto tra datore di lavoro e dipendente. Primo fra tutti, il fenomeno delle discriminazioni.Con discriminazione sul luogo di lavoro si intende la condizione per cui una persona è trattata meno favorevolmente di un’altra in base ad una caratteristica costitutiva del suo essere: la razza, il colore della pelle, la provenienza, l’etnia, le convinzioni religiose, la lingua possono essere tutti fattori che determinano il crearsi di una situazione discriminante in un contesto lavorativo o sociale.La discriminazione ha a che fare con i pregiudizi, non è motivata dalla conoscenza e dalla valutazione “sul campo” delle capacità di un persona. Si nutre cioè di tutti quei luoghi comuni in cui una cultura, una mentalità ripone paure e insicurezze e che si consolidano nel tempo attraverso gli stereotipi. Le discriminazioni, per quanto talvolta difficili da identificare perché indirette e solo all’apparenza neutre, hanno l’effetto, tra gli altri, di pesare gravemente sulla parità di opportunità che le persone dovrebbero avere per crescere e migliorarsi in un contesto sociale e possono costituire anche un rilevante freno allo sviluppo economico di un paese, bloccandone il dinamismo e la proiezione verso il futuro.La lotta contro tale fenomeno interessa soprattutto gli ambienti di lavoro dove è necessario adottare soluzioni che possano prevenire il nascere di discriminazioni e garantire a tutti di accedere e operare in un contesto che li valorizzi e permetta loro di sviluppare appieno le loro capacità.Molto e’ stato fatto dal nostro legislatore ed esistono validi strumenti (almeno sulla carta), ma molto rimane da fare, soprattutto sul piano delle soluzioni concrete (ad es. l’ azione civile contro le discriminazioni è ancora poco utilizzata perché poco conosciuta e caratterizzata da un regime probatorio non esattamente in linea con le direttive europee) e quello della chiarezza di alcuni principi che sono esposti in maniera piuttosto oscura, lasciando adito a forti contrasti giurisprudenziali (ad esempio nell’ambito del riconoscimento del diritto all’accesso al pubblico impiego del lavoratore extracomunitario regolarmente soggiornante).



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PREVIEW L’immigrazione in Italia inizia dopo lo shock petrolifero del 1973-1974 e la conseguente crisi economica che produce alti tassi di disoccupazione. Allora altri paesi europei chiusero le frontiere: in particolare la Gran Bretagna, la Germania e la Francia. I flussi migratori furono dirottati quindi verso gli Stati dell’Europa meridionale. Ma i veri flussi consistenti iniziarono tra il 1984 e il 1989 quando circa 700-800.000 persone entrarono nel paese, delle quali circa 300-350.000 irregolarmente, cioè clandestinamente o fermandosi con un permesso scaduto. Cominciamo così a cogliere alcuni tratti tipici dell’immigrazione italiana: un’immissione consistente e rapida, accompagnata da una notevole componente di irregolarità. Negli anni Ottanta, l’Italia ha condiviso con la Germania e la Gran Bretagna il primato dei flussi in Europa. Tra il 1992 e l’inizio del 2002 l’incremento geometrico medio annuo è stato di più del 9%. Flussi rapidi e potenti con ampie quote di irregolari spiegano il crescente rifiuto di nuovi arrivi da parte dell’opinione pubblica. Tra i caratteri specifici dell’immigrazione in Italia c’è l’assenza di una o più nazionalità dominanti. L’immigrazione italiana risulta estremamente frammentata. Nel 2002, la prima minoranza, cio’è i marocchini, rappresentava solo l’ 11.6 % della popolazione straniera in Italia. Seguivano gli albanesi (10.6 %) e poi, in ordine decrescente, i

Tesi di Laurea

Facoltà: Giurisprudenza

Autore: Riccardo Ciullo Contatta »

Composta da 168 pagine.

 

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Disponibile in PDF, la consultazione è esclusivamente in formato digitale.