Questo sito utilizza cookie di terze parti per inviarti pubblicità in linea con le tue preferenze. Se vuoi saperne di più clicca QUI 
Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie. OK

L'adesione mancata. Il primo tentativo inglese di aderire alla CEE

In un momento storico in cui l’Unione europea appare come una realtà consolidata, forte di un sistema economico e monetario che è stato in grado di abbattere progressivamente le maggiori barriere nazionali, riemergono inesorabilmente – con una certa costanza, e non solo in funzione degli allargamenti – i segnali delle estese difficoltà a porre in essere un’effettiva unità d’azione politica a livello europeo. In questa situazione, pare dunque tutt’altro che inutile rivolgersi al passato alla ricerca di vicende significative che possano in qualche modo aiutarci a comprendere e a dipanare le intricate vicissitudini del presente.
Lo studio del primo tentavo britannico di aderire alla CEE rappresenta infatti un punto di osservazione privilegiato per comprendere le difficoltà pratiche con cui hanno dovuto costantemente confrontarsi i sostenitori della causa europea. Dopo l’annuncio dato il 31 luglio del ’61 da Macmillan alla House of Commons dell’intenzione inglese di aprire i negoziati con i paesi fondatori della CEE – Italia, Francia, Germania occidentale, Olanda, Belgio, Lussemburgo –, si susseguirono lunghe settimane di trattative, particolarmente complicate anche perché la giovanissima Comunità europea si trovava per la prima volta di fronte alla problematica dell’allargamento.
La seguente ricerca si concentra sui risultati prodotti dalla più aggiornata storiografia e scienza politica sull’argomento – in lingua italiana, francese ed inglese –, sullo sfoglio di vari quotidiani inglesi – il Times, il Guardian, il Financial Times e il Sunday Times – e sull’analisi di una cospicua base di documentazione primaria raccolta presso gli “Archivi storici delle Comunità Europee” di Firenze e il “Public Record Office” di Londra, dando una lettura originale di quell’importante passaggio storico attraverso la creazione di alcuni modelli interpretativi tesi a ridonare l’originaria complessità agli avvenimenti trattati.
Questo studio non esaminerà però soltanto la specificità dei negoziati ma considererà con particolare attenzione il contesto globale del primo quindicennio postbellico, con la divisione dell’Europa in due blocchi e le relative pressioni messe in gioco dai nuovi attori internazionali. Ampio spazio sarà inoltre dedicato al chiarimento di alcune peculiarità del sistema economico-commerciale britannico, come i legami intrattenuti dal Regno Unito con i paesi del European Free Trade Association (EFTA) e con il Commonwealth, o la particolare conformazione del sistema agricolo inglese.
Affrontando per la prima volta la questione dell’allargamento, i paesi membri della CEE si trovarono a dover gestire un nodo particolarmente delicato. L’integrazione europea aveva raggiunto una tappa importante con la stesura del Trattato di Roma del ’57, ma era ancora molto giovane e al suo interno vi era una certa indeterminatezza. Anche se i progressi dei Sei facevano ben sperare, la Comunità non aveva ancora trovato un suo equilibrio e si apprestava proprio allora a mettere in atto le prime significative scelte che avrebbero deciso il suo avvenire.
I governi dei Sei vedevano nell’allargamento della CEE vari vantaggi economici e politici. La prospettiva di poter accedere liberamente al mercato inglese e a quello degli altri paesi dell’EFTA, per esempio, appariva molto allettante. Inoltre, si pensava che l’allargamento della Comunità avrebbe facilitato l’unione politica, dando alla nuova Europa una maggiore capacità decisionale a livello internazionale. D’altra parte, i membri della CEE sapevano che il dibattito sull’allargamento avrebbe sollevato molte questioni spinose, complicando ulteriormente la gestione del giovane organismo. L’adesione di nuovi paesi avrebbe potuto mettere in discussione tutti i risultati che fino a quel momento erano stati conseguiti.
La ricostruzione storica qui presentata offre dunque uno spaccato delle difficoltà – che mantengono un’innegabile carica di attualità – nel trovare una cammino comune tra interessi nazionali e motivazioni ideali transnazionali, tra esigenze economiche e progetti politici di ampio respiro. Il tutto contestualizzato in un panorama internazionale sottoposto a tensioni di varia natura, legate alla contrapposizione tra Est ed Ovest, alla politica di decolonizzazione, alle reazioni dell’opinione pubblica, alle pressioni difficilmente controllabili delle numerose lobby – sia industriali che agricole – e alle interferenze di attori esterni al quadro europeo, gli USA sopra tutti.

Mostra/Nascondi contenuto.
1 In Europa ma senza farne parte 1. L’immediato dopoguerra L’Inghilterra usciva dalla seconda guerra mondiale con la consapevolezza di dover impostare una nuova politica che tenesse conto della sua perdita di peso internazionale e potesse porre rimedio alla crisi che minacciava di intaccare i frutti della vittoria 1 . I politici britannici ebbero dunque da subito coscienza che la situazione di declino generale dell’Europa postbellica doveva essere affrontata di petto. A conferma di questo si può ricordare il discorso tenuto all’università di Zurigo, il 19 settembre 1946, da Winston Churchill. Egli – se pur spinto soprattutto da imperativi di sicurezza, e chiaramente prevenuto dal considerare la propria nazione europea a tutti gli effetti – asseriva la necessità di impegnarsi attivamente per l’istituzione di una Federazione Europea 2 . Durante un successivo discorso all’Albert Hall di Londra, nel maggio 1947, Churchill sostenne che lo «scopo fondamentale dell’Europa Unita [fosse] quello di offrire una decisiva garanzia contro l’aggressione» 3 , palesando in questo modo la priorità degli obbiettivi difensivi che ben si conciliavano con la l’atteggiamento filoamericano dell’Inghilterra. Gli inglesi credevano di essere i legittimi mediatori politici tra il continente europeo e l’America, e il governo londinese cercava di modellare 1 Vedi G. Mammarella, Storia d’Europa dal 1945 a oggi, Roma-Bari, Laterza, 1992, pp. 36-39. 2 In realtà Wiston Churchill già nel 1930 scriveva della necessità della creazione degli Stati Uniti d’Europa, anche se appare chiaro che tale presa di posizione era condizionata dalla necessità di stabilizzare il continente europeo, la precarietà del quale avrebbe gravato sulla sicurezza dell’impero britannico. Cfr. a tale proposito B. Olivi, Da un’Europa all’altra, Milano, Etas Kompass, 1973, p. 32. 3 Citato in G. Mammarella e P. Cacace, Storia e politica dell’Unione europea, Roma-Bari, Laterza, 1998, p. 34.

Tesi di Laurea

Facoltà: Lettere e Filosofia

Autore: Paolo Pelizzari Contatta »

Composta da 250 pagine.

 

Questa tesi ha raggiunto 2829 click dal 05/06/2006.

 

Consultata integralmente 5 volte.

Disponibile in PDF, la consultazione è esclusivamente in formato digitale.