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Prima protagonista la realtà: il cinema di Daniele Segre

Monografia sul cinema di Daniele Segre.

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III Introduzione Ho fatto cinema e nastri – come disse quello, “senza chiedere il permesso” – per piacer mio, in modi diversi, ubbidendo a ondate di interessi del tutto diversi. La coerenza se c’è è nell’aver ancora voglia di fare immagini… (Gianfranco Baruchello che cita il saggio di Roberto Faenza Senza chiedere permesso) 1 . Ho iniziato ad amare il cinema da Rossellini, e soprattutto da quel Rossellini che unendo il suo nome a quello di Anna Magnani e di Ingrid Bergman ha scritto pagine del nostro cinema che difficilmente si dimenticano. Ho iniziato ad amare un cinema portatore di un sottobosco di simbologie e significati, che mi ha dato la chiave di accesso per entrare dentro un’opera cinematografica e coglierne, se presente, quel substrato non tangibile ma che risulta essere la vera anima del film. Ho iniziato ad amare il documentario da Ermanno Olmi, con un percorso che partiva da i suoi primi documentari industriali per giungere sino alle sue ultime opere di finzione che però comprendono al loro interno una naturalezza che sembra opporsi ai film cesellati, “leccati”, con manie di perfezione. Rossellini e Olmi hanno diverse cose in comune, ma ciò che mi emoziona di più è l’amore che mettono entrambi in ogni inquadratura dei loro film: se un’inquadratura è fatta in un certo modo c’è un perché, un significato, non è messa lì a caso; e poi quello che mi piace del loro cinema è che prediligono riprendere una realtà che non sia precostruita o se per forza di cose dev’esserlo, la finzione viene controbilanciata dalla scelta di attori non professionisti. Per far capire meglio questa “simbiosi” prendo come esempio una riflessione che Ermanno Olmi ha fatto ricordando Rossellini durante la 39. Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro, che nel 2003 gli ha dedicato una retrospettiva: «Da ragazzo sentii parlare di questo evento che fu Roma città aperta, primo film italiano che arrivò negli Stati Uniti. Perché Rossellini mi fece aprire gli occhi? Mi fece capire che il cinema erano due cose diverse contemporaneamente: il sogno e la consapevolezza. Io quando uscivo da un film americano avevo l’effetto buio/luce che bisogna strizzare gli occhi per riprendere la visione del reale. Fra l’uscire da Roma città aperta e l’entrare in diretto contatto con la realtà della 1 Roberto Faenza (a cura di), Senza chiedere permesso. Come rivoluzionare l’informazione, Feltrinelli, Milano, 1973.

Tesi di Laurea

Facoltà: Lettere

Autore: Silvia Papa Contatta »

Composta da 136 pagine.

 

Questa tesi ha raggiunto 1129 click dal 08/06/2006.

Disponibile in PDF, la consultazione è esclusivamente in formato digitale.