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La colonna sonora a supporto dell'immagine cinematografica: le musiche di Danny Elfman per "Edward Mani di Forbice"

Intento della tesi è la dimostrazione della natura prettamente sincretica del testo cinematografico, quale medium edificato su di un codice composito, articolato, che esclude l’omogeneità dei segni in virtù di un uso combinato di artifici tecnici e formali facenti capo a sistemi comunicativi non analoghi: il visivo e il sonoro.
L’occorrenza contingente quivi esaminata è il supporto orchestrale ideato e adattato dal compositore statunitense Danny Elfman alla pellicola, opera del regista Tim Burton, “Edward Mani di Forbice”, risalente al 1990; l’istanza è esemplificativa di come l’interazione osmotica tra impalcatura del suono e dimensione prettamente visiva dell’opera sia fondante della stessa rappresentazione cinematografica dell’azione, e come essa risulti conditio sine qua non dell’evoluzione narrativa della vicenda e dell’attribuzione ad essa di senso.

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2 Introduzione Il concetto di ampio impiego letterario di sinestesia 1 (dal greco syn – insieme - e aisthànesthai – percepire), quale specifica forma di metafora implicante l’associazione di termini riconducibili a sfere sensoriali eterogenee, è sistematicamente rintracciabile in ambito cinematografico, ove il processo di percezione contemporanea di linguaggi differenti scaturisce dall’effettiva e simultanea compresenza di segni appartenenti a sfere diverse della comunicazione. Contrariamente al montaliano fredde luci / parlano 2 , ove la triplice sinestesia correlante tatto, vista e udito, è ottenuta ricorrendo ad elementi circoscritti unicamente al linguaggio verbale, la rappresentazione cinematografica si edifica su di un codice composito, articolato, che esclude l’omogeneità dei segni in virtù di un uso combinato di artifici tecnici e formali facenti capo a sistemi comunicativi non analoghi: il visivo e il sonoro 3 . Ad eccezione dunque della fase embrionale-sperimentale della produzione cinematografica, marcata dall’assenza del corredo audio, la fruizione di un’opera filmica si snoda attraverso una specifica disposizione percettiva ancorata al connubio tra vista e udito, sistemi sensoriali che in tali circostanze non operano autonomamente, bensì concorrono, praticando reciproca influenza, alla definizione di una percezione unica e totalizzante del prodotto filmico. Michel Chion introduce a tale proposito la nozione di audiovisione 4 , tramite la quale l’audio-spettatore si appropria dell’oggetto cinematografico assimilandolo in maniera onnicomprensiva, lasciando che suono e immagine confluiscano in un unicum indistinto, ove l’uno non costituisce mero elemento aggiuntivo e subordinato all’altra, bensì una componente altrettanto determinante. Semanticamente analoga è la formula Oeil écoute 5 che il poeta Paul Claudel forgia per definire la condizione “in ascolto” dello sguardo: l’immagine seppure paradossale dell’ occhio che ascolta incarna infatti vividamente quella 1 Per la nozione di sinestesia cfr. Marchese A., Dizionario di retorica e di stilistica, Mondadori, Milano 1978 2 Montale E., Riviere, Ossi di seppia, Torino 1925 3 Miceli S., Musica e cinema nella cultura del Novecento, Sansoni, Milano 2000 (pp. 7-8) 4 Chion M., L’audiovisione. Suono e immagine nel cinema, trad. it., Lindau, Torino 2001 (pag. 7) 5 Di Donato M. (a cura di), L’occhio che ascolta. Studi sui rapporti suono-immagine nella forma cinematografica, Lithos, Roma 2004 (pag. 7)

Tesi di Laurea

Facoltà: Lettere e Filosofia

Autore: Marina Calvaresi Contatta »

Composta da 25 pagine.

 

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Disponibile in PDF, la consultazione è esclusivamente in formato digitale.