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Poliziano e Botticelli, dalla poesia filologica al rinascimento della cultura (per una lettura della ''Primavera'')

Il presente lavoro si propone di indagare il rapporto tra la reinterpretazione della nota tela di Botticelli, denominata tradizionalmente la "Primavera", portata avanti dalla filologa medievale Claudia Villa (che riconoscerebbe nel dipinto una sintesi iconografica del testo didascalico del retore africano del V secolo, Marziano Capella, "Le nozze di Filologia e Mercurio"), e la poesia dell'ultimo Poliziano, il poeta/filologo delle Silvae.
In base alla teoria della Villa, i personaggi del quadro subiscono una drastica rivoluzione: non più al centro Venere pandemia, ma la Filologia della fabula di Capella, all'estrema sinistra di chi legge l'opera il suo sposo Mercurio, le Tre Grazie, Cupido, quindi non la Primavera bensì Retorica, Flora/Poesia e il Genio alato. Questa tela sarebbe stata commissionata a Botticelli per il matrimonio di Lorenzo di Pierfrancesco, giovane cugino del Magnifico, con Semiramide Appiani, avvenuto nel 1482: si sarebbe trattato, dunque, di un quadro-sermone, volto a spingere il giovane Medici allo studio della Retorica (la fanciulla carica di fiori da sempre interpretata come la Primavera viene cambiata di identità dalla Villa con un'intuizione veramente geniale) e della poesia. La Villa stessa tira in ballo l'ultimo Poliziano, affermando che Lorenzo di Pierfrancesco, con questa tela, doveva essere spronato a dedicarsi alla poesia proprio alla maniera del poeta di Montepulciano, e della sua "filologia della parola", per dirla con Vittore Branca. In effetti Poliziano torna a Firenze nel 1480 e inizia a diffondere la sua poesia "irta di cose". E' molto probabile che Lorenzo il Magnifico avesse intenzione di dare impulso agli studi di filologia anche a Firenze, attardatasi da troppo tempo ormai nelle sue belle allegorie platonico-ficiniane, e per questo aveva offerto il prestigioso incarico allo Studio fiorentino a Poliziano e per questo commissionò a Botticelli la tela detta la "Primavera". La mia tesi però va oltre il saggio della Villa. Avvalendomi dell'opera del filosofo Giovanni Reale, che ha dedicato un intero saggio alla "questione Primavera", ho adottato la sua integrazione platonica della tesi villana, specie per quanto riguarda il gruppo di destra del quadro (Flora e il Genio alato). Ciò che ne viene fuori, supportato dalla lettura del Simposio e del Fedro (opere notissime nel Quattrocento per ogni umanista), è una poetica del furor, il fatto che il pensiero umano è debole senza la "divina mania", l'inspirazione del dio (e infatti nella tela il Genio inspira letteralmente il suo alito nella bocca di Flora, che partorisce opere poetiche sotto forma di fiori). Non mi è sembrato un caso il fatto che Poliziano dedichi la prima delle sue Silvae, la Manto, prolusione al corso accademico su Virgilio, proprio allo stesso Lorenzo di Pierfrancesco dei Medici, e data lui stesso la presentazione al 1482. La stessa data del suo matrimonio, per il quale la tela era stata dipinta. La Manto e la Primavera hanno dunque un punto di contatto. La mia tesi originale risiede in questo punto di contatto: Poliziano e Botticelli, seppure non collaborarono concretamente, vissere una "consonanza di sentire", dato che anche la silva polizianea riporta un'esortazione ai giovani toscani (che si potrebbe benissimo traslare nella funzione parenetica della Primavera) e soprattutto la stessa poetica del furor che troviamo nella tela di Botticelli. L'intento sarebbe ancora quello di celebrare ed esortare il giovane Medici a coltivare la poesia e la retorica alla maniera dell'ultimo Poliziano, della sua poesia in filologia, "irta di cose", poesia di memoria che vive di ekfrasis e di immagini icastiche. E non c'è poi da stupirsi, se teniamo a mente quanto Poliziano amasse l'arte e fosse profondamente addentro a tutti i fatti di arte della sua epoca (e nel secondo capitolo della tesi studio ampiamente la sua sterminata cultura figurativa e l'uso che spesso faceva di tecniche pittoriche in poesia): Poliziano e Botticelli, dunque, lavorarono per lo stesso scopo, per la rinascita della cultura fiorentina sotto il segno della filologia, e ci sono a testimoniarlo la splendida allegoria della Primavera (il cui titolo, allora, non ci sarebbe bisogno di mutare) e la dotta poesia della Manto.

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4 Capitolo primo La rilettura del capolavoro di Sandro Botticelli 1. Introduzione. La famosissima tela di Botticelli, nota ai più come la Primavera, conservata oggi al museo degli Uffizi di Firenze, è stata a lungo oggetto di studio e d’indagine attenta da parte di vari studiosi, e non solo di arte. Il motivo risiede nella sua alta concettosità, nel presentare figure e situazioni apparentemente riconducibili alla cultura figurativa tradizionale, e a lungo, del resto, considerate tali, ma che “sotto il velame” insinuano una natura ben più profonda e, soprattutto, legata l’una all’altra. Le difficoltà incontrate da sempre (e che, in sostanza, non hanno mai permesso di porre il sigillo dell’autenticità su alcuna delle interpretazioni che si sono susseguite nel tempo, e non sono state poche) riguardavano esattamente questo, e cioè il fornire una spiegazione che non si limitasse soltanto a dare un modello di ogni singola figura presente sulla tela, chiamando in causa numerose fonti letterarie d’ispirazione, e compromettendo di conseguenza l’unità dell’insieme (per poi ricostruirla a priori, sulla base per lo più di

Laurea liv.I

Facoltà: Lettere e Filosofia

Autore: Martina Mazzetti Contatta »

Composta da 92 pagine.

 

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