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L'Unione delle Arti nella Regia Teatrale. Colori di Guerra. Messa in scena dell'opera ''Napoli Milionaria!'' di Eduardo De Filippo

Il primo giorno di lezione di “fondamenti della pratica del teatro”, circa tre anni fa, il Professor Longhi esordì esclamando “il teatro è morto”.
“Bene”, mi dissi, “E che ci faccio, ora, qui?”
Per certi versi questa affermazione mi ricordava gli “imbonitori ecclesiastici” che percorrevano le strade urlando “ricordati che devi morire!”, propagandando una vita casta e morigerata per un sicuro regno dei cieli contro le tentazioni del demonio (i piaceri ludici, tra questi il teatro). Bene. A dispetto di coloro (molto pochi, in verità) che dimenticavano sé stessi pur di assicurarsi un’assoluzione finale, v’era chi continuava a giocare, a sperimentare e sperimentarsi, inventando storie di ogni genere (anche sugli imbonitori su citati) vagabondando per il mondo pur di raccontare ciò che di esso avevano scoperto. Anzi. Dirò di più. Queste storie si animavano di dialoghi, di movimenti, di scene, di musica, di colori, di effetti luminosi (naturali e non), appropriandosi di uno spazio naturale (essendosi perduta “l’usanza” dell’edificio teatrale) per trasformarlo in simbolico, in perenne sovvertimento, mentre il tempo permaneva sospeso per tutto l’arco della rappresentazione. Grazie a questi indisciplinati “joculator” (giullare, radice di jocus: gioco), in perenne condanna ed assoluzione per le loro gesta, il teatro ha potuto continuare a vivere.
Per esempio attraverso la ricerca di scenografie sempre più sofisticate che provocassero stupore, dal teatro d’ombre alla camera delle meraviglie, dalle complicate scenografie e pieces teatrali di Leonardo e Michelangelo alla trattatistica di Serlio che fonda la tipologia essenziale del teatro all’italiana oltre a creare degli interessanti effetti luministici alla scena con l’introduzione di bocce d’acqua colorata, dalla camera obscura alle macchine teatrali del barocco, come l’invenzione di Torelli dell’argano centrale che consentiva il cambio simultaneo delle quinte.
“Con Sabbatini ho scoperto un trattato della macchinistica, una psicologia del macchinista, una guida per il regista, un manuale dello scenografo e del pittore, una introduzione all’architettura teatrale, gli usi dello spettatore, una strategia dello spettacolo, le regole della messa in scena, in breve la prima enciclopedia del teatro, un codice pratico dell’illusione e la chiave di ogni mio sogno teatrale”
Il teatro ha da sempre dato la possibilità all’ immaginazione di materializzarsi, trasformando il segreto in azione, attraverso tutta una serie di collegamenti che dal caos si dispiegano in un’universo di simboli: paesaggi che lo spettatore mai vivrà se non nell’arco di tempo della rappresentazione.
“il soggetto guarda questi paesaggi ed è in questi paesaggi. Infatti non si è mai solo testimoni di una cosa che accade mentre la guardiamo accadere”
L’evento straordinario è dato dalla capacità, dalle origini sino ad ora, di mescolare i limitati mezzi a disposizione forniteci dalla natura (21 lettere dell’alfabeto, 7 note musicali, etc.), creando di volta in volta forme teatrali nuove e sorprendenti, talvolta ripescate da un passato lontano (riti tribali) e contaminate con la “modernità” del momento.
I giorni che hanno visto la messa in scena dello spettacolo “Cabarett XX°” sono stati un’officina di idee in perpetuo movimento; hanno tirato fuori da ognuno di noi un’energia talmente sorprendente da percepirne la corporeità, malgrado alcuni errori dettati dal poco tempo a disposizione, dall’inesperienza e dall’emozione.
il teatro muore solo per chi non ha più il gusto dell’esperimento e del gioco.

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PROLOGO “Marat: Occorre tirarsi fuori dal fosso per i propri capelli, rovesciare se stessi da dentro e di fuori ed essere capaci di vedere ogni cosa con occhi nuovi…” Peter Weiss, La persecuzione e l’assassinio di J. P. Marat Il primo giorno di lezione di “fondamenti della pratica del teatro”, circa tre anni fa, il Professor Longhi esordì esclamando “il teatro è morto”. “Bene”, mi dissi, “E che ci faccio, ora, qui?” Per certi versi quell’affermazione mi ricordava gli “imbonitori ecclesiastici” che percorrevano le strade urlando “ricordati che devi morire!”, propagandando una vita casta e morigerata per un sicuro regno dei cieli, contro le tentazioni del demonio (i piaceri ludici, tra cui il teatro). Bene. A dispetto di coloro (molto pochi, in verità) che dimenticavano se stessi pur di assicurarsi un’assoluzione finale, v’era chi continuava a giocare, a sperimentare e sperimentarsi, inventando storie d’ogni genere (anche sugli imbonitori su citati) vagabondando per il mondo pur di raccontare ciò che di esso avevano scoperto. Anzi. Dirò di più. Queste storie si animavano di dialoghi, di movimenti, di scene, di musica, di colori, d’effetti luminosi (artificiali e non), appropriandosi di uno spazio naturale (essendosi perduta “l’usanza” dell’edificio teatrale) per trasformarlo in simbolico, in perenne sovvertimento, mentre il tempo permaneva sospeso per tutto l’arco della rappresentazione. Grazie a questi indisciplinati “joculator”, in perenne condanna ed assoluzione per le loro gesta, il teatro ha potuto continuare a vivere. Per esempio attraverso la ricerca di scenografie sempre più ricercate che provocassero stupore, dal teatro d’ombre alla camera delle meraviglie, dai complicati progetti teatrali di Leonardo e Michelangelo alla trattatistica di Serlio che fonda la tipologia essenziale del teatro all’italiana oltre a creare degli interessanti effetti luministici alla scena con l’introduzione di bocce d’acqua colorata, dalla camera obscura alle macchine teatrali del barocco, come l’invenzione di Torelli dell’argano centrale che consentiva il cambio simultaneo delle quinte. “Con Sabbatini ho scoperto un trattato della macchinistica, una psicologia del macchinista, una guida per il regista, un manuale dello scenografo e del pittore, una introduzione all’architettura teatrale, gli usi dello spettatore, una strategia dello spettacolo, le regole della messa in scena, in breve la prima enciclopedia del teatro, un codice pratico dell’illusione e la chiave di ogni mio 7

Tesi di Laurea

Facoltà: Design e Arti

Autore: Giuliana Satta Contatta »

Composta da 47 pagine.

 

Questa tesi ha raggiunto 2148 click dal 23/08/2006.

 

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Disponibile in PDF, la consultazione è esclusivamente in formato digitale.