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La riforma della disciplina a tutela del risparmiatore

Informazioni tesi

  Autore: Alessandro Vallone
  Tipo: Tesi di Laurea
  Anno: 2004-05
  Università: Università degli Studi della Calabria
  Facoltà: Economia
  Corso: Economia Aziendale
  Relatore: Pierangelo Dacrema
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 151

Nella prima parte il lavoro esamina, in maniera approfondita ed esaustiva, i lineamenti giuridici dell'attività di vigilanza finanziaria in Italia. In questa sezione sono descritte dettagliatamente le varie tipologie di vigilanza (regolamentare, informativa, ispettiva), gli organi di controllo (Banca d'Italia, Consob) e dei soggetti destinatari (mercati, gruppi finanziari ed emittenti).
Successivamente si analizza la riforma della legge sul risparmio n. 262 del 28/12/2005 alla luce degli scandali finanziari Parmalat, Cirio, Enron.
Viene, poi, posta la giusta attenzione sui modelli di vigilanza finanziari in contesto internazionale, dedicando ampio spazio al Sarbanes-Oxley Act ed al modello anglosassone e ponendo un paragone sul livello di adeguatezza del modello italiano rispetto a questi.
Infine, una analisi accompagnata da un background cronologico dello scandalo finanziario Parmalat.

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Gli scandali finanziari succedutisi in questi ultimi anni in tutto il mondo, pur con le relative distinzioni, traggono tutti origine da dinamiche comuni: gli effetti del processo di globalizzazione finanziaria e un chiaro fallimento dei sistemi di controllo basati sulla convinzione, spesso ingiustificata, che i meccanismi di mercato possano da soli portare ad un livello di allocazione delle risorse ottimale o, comunque, il migliore in circolazione. A questi fattori, con particolare riferimento al caso italiano, si sono aggiunti un certo grado di arretratezza nello sviluppo dei mercati finanziari e l’enorme dimensione del debito pubblico che hanno tradizionalmente limitato le scelte del risparmiatore ad attività a basso grado di rischio o, meglio, hanno ricondotto il rischio soprattutto a quello monetario, legato cioè all’inflazione e alla perdita di potere d’acquisto della ricchezza finanziaria. Non è un caso, pertanto, che le passività finanziarie delle imprese italiane di dimensioni medio-grandi sia rappresentata per metà da capitale di rischio e per la restante parte prevalentemente da indebitamento finanziario. Per la copertura del loro fabbisogno finanziario le imprese italiane fanno ampio ricorso al debito bancario, con una pari ripartizione tra scadenze a breve e medio-lungo termine. Negli ultimi anni, tuttavia, si è assistito ad un più consistente ricorso al finanziamento tramite emissione di obbligazioni colmando, se pure parzialmente, il divario che ha tradizionalmente caratterizzato il nostro sistema finanziario rispetto a quello degli altri Paesi europei. Questi dati sono confermati anche con riferimento alle grandi imprese del settore manifatturiero. Il ricorso al mercato obbligazionario per il finanziamento delle proprie attività è, infatti, per le grandi imprese italiane manifatturiere in linea con quello delle corrispondenti imprese di Francia e Germania e notevolmente inferiore rispetto a quello delle grandi imprese 3

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262
28/12/2005
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