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La vigilanza sulle banche nei paesi dell'Unione Monetaria Europea

La creazione dell’Unione Monetaria Europea, avvenuta nel 1992 con l’entrata in vigore del trattato di Maastricht, ha comportato il trasferimento della politica monetaria dagli Stati membri alla Comunità, facendo emergere l’esigenza di coniugare l’accentramento della politica monetaria con l’attribuzione dei poteri di vigilanza bancaria, e configurando la consapevolezza che nel nuovo contesto dell’Unione Europea, con l’incremento della concorrenza tra gli intermediari,
l’appannarsi dei confini tra i mercati e i più elevati rischi di crisi e di contagio, fosse necessario un indirizzo unitario che può essere assicurato solo da una sede centrale capace di impartire direttive.
Le prime proposte, nella fase di elaborazione del testo del Trattato, si
muovevano in questa direzione, con l’assegnazione alla BCE di penetranti competenze di coordinamento della vigilanza comunitaria.
Il testo finale del Trattato riflette un’impostazione completamente diversa: l’attribuzione al SEBC di un limitato potere di contribuire ad una buona conduzione delle politiche perseguite dalle competenti autorità per quanto concerne la vigilanza prudenziale sugli enti creditizi e la stabilità del sistema finanziario e ampi poteri di vigilanza riconosciuti, invece, alle Banche Centrali e alle Autorità indipendenti dei diversi paesi dell’Unione Monetaria Europea. Questo restringimento, rispetto alle originarie intenzioni, dell’area d’intervento BCE nella supervisione bancaria rappresenta la risposta all’esigenza di conformare la legislazione comunitaria a quei sistemi normativi dei paesi membri
che prevedono la concentrazione in un unico organismo dei poteri monetari e di vigilanza (Italia), e quelli invece che hanno optato per una netta separazione tra le due competenze (Francia, Germania).
Questa soluzione di compromesso ha comportato l’emergere di alcune ambiguità che hanno dato luogo a diverse interpretazioni circa le competenze della BCE sulla vigilanza bancaria, facendo nascere la conseguente necessità di riflettere su una possibile ed eventualmente opportuna revisione della disciplina di regolamentazione della vigilanza bancaria sia a livello nazionale sia a livello comunitario. In molti paesi europei si è già avviato un processo di revisione delle modalità organizzative dei controlli sui mercati finanziari. Si discute, oggi, quale sia il modello istituzionale idoneo a fronteggiare le nuove caratteristiche dell’intermediazione, ponendo l’accento sulle ripartizioni di competenza tra le diverse Autorità, in ragione dell’attività svolta dagli operatori, oppure degli obiettivi che l’ordinamento attribuisce alle singole autorità o invece la concentrazione in un unico organismo dei poteri di vigilanza. L’ampia letteratura in materia che ha analizzato i vantaggi e i costi di ciascun modello non è giunta a risultati univoci, ma ha evidenziato con chiarezza la tendenza, in molti ordinamenti, a superare la frammentazione dei poteri di controllo tra le diverse Autorità.
L’evoluzione degli ordinamenti degli Stati membri mette in evidenza, però, come la riforma dell’organizzazione europea dei controlli debba considerare una molteplicità di fattori di difficile soluzione.
La strada più semplice sembrerebbe essere il rafforzamento dei poteri di vigilanza della BCE. Sono state così avanzate proposte di centralizzazione europea della vigilanza secondo un criterio funzionale prevedendo la creazione di due distinti organismi con competenze in materia di stabilità e in materia di tutela della trasparenza sui mercati.
Nella stessa prospettiva si collocano altre proposte che valorizzano il ruolo della BCE nella promozione e realizzazione del coordinamento orizzontale.
Attraverso l’analisi delle recenti proposte di legge presentate dal legislatore comunitario e di quelle discusse dagli organi legislativi nazionali, ho esaminato, nel presente elaborato, l’assetto attuale della disciplina della vigilanza bancaria in alcuni paesi dell’Unione Monetaria Europea, ponendo l’accento sul ruolo svolto dalle autorità creditizie nella definizione di quella disciplina e sul rapporto tra definizione delle regole in materia di vigilanza e controllo sulla loro osservanza.

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iv Introduzione La creazione dell’Unione Monetaria Europea, avvenuta nel 1992 con l’entrata in vigore del trattato di Maastricht, ha comportato il trasferimento della politica monetaria dagli Stati membri alla Comunità, facendo emergere l’esigenza di coniugare l’accentramento della politica monetaria con l’attribuzione dei poteri di vigilanza bancaria, e configurando la consapevolezza che nel nuovo contesto dell’Unione Europea, con l’incremento della concorrenza tra gli intermediari, l’appannarsi dei confini tra i mercati e i più elevati rischi di crisi e di contagio, fosse necessario un indirizzo unitario che può essere assicurato solo da una sede centrale capace di impartire direttive. Le prime proposte, nella fase di elaborazione del testo del Trattato, si muovevano in questa direzione, con l’assegnazione alla BCE di penetranti competenze di coordinamento della vigilanza comunitaria. Il testo finale del Trattato riflette un’impostazione completamente diversa: l’attribuzione al SEBC di un limitato potere di contribuire ad una buona conduzione delle politiche perseguite dalle competenti autorità per quanto concerne la vigilanza prudenziale sugli enti creditizi e la stabilità del sistema finanziario e ampi poteri di vigilanza riconosciuti, invece, alle Banche Centrali e alle Autorità indipendenti dei diversi paesi dell’Unione Monetaria Europea. Questo restringimento, rispetto alle originarie intenzioni, dell’area d’intervento

Tesi di Laurea

Facoltà: Giurisprudenza

Autore: Laura Oliverio Contatta »

Composta da 183 pagine.

 

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Disponibile in PDF, la consultazione è esclusivamente in formato digitale.