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Proposta di rito alternativo in Italia: strategia di lotta efficace contro le mutilazioni dei genitali femminili?

Le mutilazioni genitali femminili (MGF) hanno radici lontanissime e non trovano alcun riscontro nei testi sacri delle religioni monoteistiche. Infibulazione, escissione e altre forme di mutilazione genitale sono state adottate da cristiani (cattolici, protestanti, copti), ebrei, musulmani indistintamente. Ad oggi, sono diventate un problema urgente anche nelle nostre società multiculturali. Le migrazioni ci costringono a confrontarci con il problema dell’ integrazione di culture che prevedono pratiche come le MGF, e che per questo violano assunti fondamentali dei diritti umani come il diritto all’integrità fisica della persona.
Nonostante il divieto di praticare le MGF viga sia in occidente che nei paesi a tradizione infibulatoria ed escissoria, la loro pratica risulta ancora diffusa ed esercitata in clandestinità in entrambe le aree.
Nei giornali non è raro imbatterci in notizie che riportano la richiesta di far infibulare la propria figlia dal medico curante, avanzata da genitori immigrati. Come si deve comportare questo medico di fronte alla richiesta che gli viene fatta? Deve opporsi e cercare di dissuadere la donna dal rivolgersi altrove o deve dare seguito a questa richiesta, al fine di rispettare la loro “diversità morale”?.
Questa richiesta avanzata dai genitori riguarda le figlie, le quali nella maggior parte dei casi sono minorenni e spesso non hanno espresso alcuna volontà; è rivolta ad un medico, il cui comportamento si ispira ad un principio deontologico – “non procurare danno al tuo paziente” – che è generalmente condiviso all’interno della società. La richiesta non presenta di per sè le condizioni per dirsi legittima: non è avanzata dalla bambina perché giudica importante il venir infibulata, né esprime un suo personale bisogno di essere identificata nel gruppo, inoltre l’atto richiesto procura un danno fisico oggettivo. Danno che risulta difficile giustificare in funzione del maggior bene di tutta la persona, come accade alle amputazioni “terapeutiche” o per gli interventi non lesivi come la circoncisione maschile: l’intento perseguito attraverso l’infibulazione è infatti quello di sottoporre la donna al controllo dell’uomo e della comunità di appartenenza, renderla totalmente disponibile alle scelte del marito, privandola dell’autonomia. «Più precisamente, infibulare le donne, significa assicurare agli uomini il dominio sulla loro sessualità. E’ difficile insomma giustificare il danno in ragione di questo maggiore bene futuro, che consisterebbe nella stabilità familiare e sociale mantenuta dall’oppressione sistematica delle donne in quanto donne» .
Che alternativa quindi al mero rifiuto di questa pratica? La richiesta di infibulazione può essere eventualmente interpretata come un’istanza di riconoscimento dell’identità culturale, sostenuta dal principi di eguaglianza e di non discriminazione? C’è spazio per un riconoscimento simbolico?
Il medico, (e qualsiasi persona che viene a contatto con questo problema) deve cercare di capire che cosa si vuole ottenere con quella richiesta: si vuole ottenere l’efficacia dell’atto, cioè la mutilazione al fine di impedire alla donna di avere rapporti sessuali se non quelli voluti dal marito, oppure si cerca un riconoscimento dell’identità culturale, attraverso l’identificazione che l’atto produce nei confronti del gruppo? Se ciò che si cerca è il riconoscimento dell’identità culturale, allora questa via consente di evitare l’esecuzione concreta della mutilazione, cercando alternative che ne mantengano il significato simbolico. L’infibulazione potrebbe essere scartata e potrebbero essere scelti al suo posto gesti rituali o cerimonie di iniziazione che segnino l’appartenenza ma non procurino danno .
Credo che si possa inserire in quest’ottica la proposta di rito alternativo all’infibulazione avanzata dai medici del Centro di riferimento regionale per la prevenzione e la cura delle complicanze delle mfg di Careggi. Il Centro è nato dalla presa di coscienza che le MGF non sono un fenomeno estraneo alla società occidentale. Dopo anni di lavoro con donne infibulate, il medico Abdulcadir e la dottoressa Catania hanno avanzato questa proposta di rito alternativo all’infibulazione che ha come unico scopo la volontà di porre rimedio alla sofferenza fisica e psicologica di queste donne.
Questo lavoro nasce con l’intento di capire perché nel terzo millenio ci siano ancora pratiche come le MGF e di comprendere le ragioni che inducono tante donne a praticarle e a farle praticare.
Nel primo capitolo vengono ripercorse le varie teorie sulle origini delle mutilazioni genitali femminili e sul significato che queste assumono all’interno delle culture in cui vengono praticate. Inoltre, il paragrafo 1.4 cerca di sfatare uno dei luoghi comuni più ricorrenti riguardanti le MGF, e cioè la loro ipotetica prescrizione da parte della legge islamica.
Nel secondo capitolo vengono messi in luce gli strumenti giuridici che la comunità internazionale ha elaborato negli anni per cercare di arginare il problema, con particolare attenzione alla situazione Italiana, dove da poco è stata varata una legge specifica di condanna delle MGF.
Il terzo capitolo è dedicato alla descrizione della proposta di rito alternativo all’infibulazione, e ai vari aspetti etici e giuridici coinvolti.
Infine, la conclusione concepisce il rito alternativo come una possibilità di riduzione del danno nell’immediato periodo, inserita senz’altro in una prospettiva più ampia di eradicazione totale delle mutilazioni genitali femminili, mirante alla cancellazione del significato discriminatorio della donna. Non vi è quindi nella proposta la volontà di far passare un disvalore in nome della tolleranza e del vivere civile tra culture diverse, ma la si ritiene una possibilità immediata di andare oltre alla violenza cui molte bambine vengono sottoposte. Quindi si cercherà di inquadrare la proposta in una sorta di contributo per l’eradicazione di una pratica che ha radici nel passato più lontano e che una semplice dichiarazione di principio non può cancellare.

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INTRODUZIONE Le mutilazioni genitali femminili (MGF) hanno radici lontanissime e non trovano alcun riscontro nei testi sacri delle religioni monoteistiche. Infibulazione, escissione e altre forme di mutilazione genitale sono state adottate da cristiani (cattolici, protestanti, copti), ebrei, musulmani indistintamente. Ad oggi, sono diventate un problema urgente anche nelle nostre società multiculturali. Le migrazioni ci costringono a confrontarci con il problema dell’ integrazione di culture che prevedono pratiche come le MGF, e che per questo violano assunti fondamentali dei diritti umani come il diritto all’integrità fisica della persona. Nonostante il divieto di praticare le MGF viga sia in occidente che nei paesi a tradizione infibulatoria ed escissoria, la loro pratica risulta ancora diffusa ed esercitata in clandestinità in entrambe le aree. Nei giornali non è raro imbatterci in notizie che riportano la richiesta di far infibulare la propria figlia dal medico curante, avanzata da genitori immigrati. Come si deve comportare questo medico di fronte alla richiesta che gli viene fatta? Deve opporsi e cercare di dissuadere la donna dal rivolgersi altrove o deve dare seguito a questa richiesta, al fine di rispettare la loro “diversità morale”?. Questa richiesta avanzata dai genitori riguarda le figlie, le quali nella maggior parte dei casi sono minorenni e spesso non hanno espresso alcuna volontà; è rivolta ad un medico, il cui comportamento si ispira ad un principio deontologico – “non procurare danno al tuo paziente” – che è generalmente condiviso all’interno della società. La richiesta non presenta di per sè le condizioni per dirsi legittima: non è avanzata dalla bambina perché giudica importante il venir infibulata, né esprime un suo personale bisogno di essere 1

International thesis/dissertation

Autore: Romina Cattai Contatta »

Composta da 82 pagine.

 

Questa tesi ha raggiunto 2395 click dal 21/11/2006.

 

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Disponibile in PDF, la consultazione è esclusivamente in formato digitale.