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Il koan e il problema del linguaggio nella tradizione zen

I kōan sono delle massime, dei dialoghi o degli aneddoti, di forma molto breve e di natura paradossale, che hanno come loro figure principali i patriarchi della scuola Chan/Zen. La loro funzione, inoltre, è duplice, in quanto, da una parte, esprimendo la mente risvegliata dei patriarchi, essi costituiscono dei criteri in base ai quali viene giudicata l’autenticità del risveglio, dall’altra, essi rappresentano degli abili mezzi (upāya) grazie ai quali quei criteri possono essere realizzati. Si pensa che, nella loro fase iniziale, i kōan fossero degli eventi nati spontaneamente nel contesto della pratica quotidiana, in cui una trasmissione da Mente a Mente aveva luogo tra maestro e discepolo. Con il Buddhismo Zen, infatti, il Buddha scende sulla terra e diventa umano, mentre, al tempo stesso, la terra viene santificata dalla sua presenza e il linguaggio si fa strumento di illuminazione.

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9 INTRODUZIONE I kōan sono delle massime, dei dialoghi o degli aneddoti, di forma molto breve e di natura paradossale, che hanno come loro figure principali i patriarchi della scuola Chan/Zen. La loro funzione, inoltre, è duplice, in quanto, da una parte, esprimendo la mente risvegliata dei patriarchi, essi costituiscono dei criteri in base ai quali viene giudicata l’autenticità del risveglio, dall’altra, essi rappresentano degli abili mezzi (upāya) grazie ai quali quei criteri possono essere realizzati. Il kōan più conosciuto è, senza dubbio, il “Mu” di Jōshū (C. Zhaozhou): Un monaco chiese a Jōshū: “Un cane ha la Natura di Buddha?” Jōshū rispose: “No (C. Wu, G. Mu).” 1 Si pensa che, nella loro fase iniziale, i kōan fossero degli eventi nati spontaneamente nel contesto della pratica quotidiana, in cui una trasmissione da Mente a Mente aveva luogo tra maestro e discepolo. Le origini di tale trasmissione della Mente possono essere trovate in una storia narrata nel Mumonkan, 2 secondo la quale Shakyamuni Buddha, di fronte ad una assemblea di discepoli riunitasi sul Monte Grdhrakuta, sollevò semplicemente un fiore, senza proferire alcuna parola. Tutti i discepoli furono disorientati dal suo gesto, eccetto uno, Mahākāśyapa, che sorrise. Gautama, allora, affidò a Mahākāśyapa l’Occhio del Vero Dharma, che è indipendente dalle parole e viene trasmesso al di fuori della dottrina. 3 Secondo Richard De Martino, l’episodio del Buddha Gautama che solleva il fiore incarna il primo kōan dello Zen, in quanto può essere considerato 1 Caso 1 del Mumonkan [Cfr. Katsuki SEKIDA, Two Zen Classics: Mumonkan and Hekiganroku, New York, Weatherhill, 1977, p. 27 (la traduzione dall’inglese è mia). Cfr. anche R. H. BLYTH, Zen and Zen Classics, vol. IV: Mumonkan, Tōkyō, Hokuseidō, 1974-76, p. 22]. Bisogna notare che il termine “mu,” in genere usato come prefisso negativo, significa letteralmente “non,” sottintendendo una negazione non assoluta, che gioca con il limite sfuggente tra negazione e affermazione. 2 Il Mumonkan (C. Wumenkuan) è una raccolta di kōan compilata dal maestro chan Mumon (C. Wumen) nel 1228. 3 Caso 6 del Mumonkan. [Cfr. Katsuki SEKIDA, Two Zen Classics…, cit., p. 41]

Tesi di Laurea

Facoltà: Lingue e Letterature Straniere

Autore: Nadia Lombardo Contatta »

Composta da 358 pagine.

 

Questa tesi ha raggiunto 1959 click dal 06/12/2006.

 

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Disponibile in PDF, la consultazione è esclusivamente in formato digitale.