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L'orizzonte filosofico del progetto locale

Informazioni tesi

  Autore: Lorenzo Mazzi
  Tipo: Tesi di Laurea
  Anno: 2004-05
  Università: Università degli Studi di Pavia
  Facoltà: Lettere e Filosofia
  Corso: Filosofia
  Relatore: Luisa Bonesio
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 116

Il mio lavoro di tesi muove dalla convinzione e dalla consapevolezza della necessità - non ulteriormente rinviabile - di una riflessione approfondita sul destino della vita urbana all’interno della Cosmopoli che avvolge il pianeta. Tentare allora di articolare un linguaggio e un pensiero all’altezza delle differenze e delle diversità che emergono da questo mosaico, presuppone l’individuazione del massimo pericolo da affrontare in questa congiuntura: l’omologazione intesa in senso culturale, estetico e geografico. L’appiattirsi delle diversità paesaggistiche è fattore da non sottovalutare, per la sua portata e ricaduta su aspetti decisivi come l’incuria diffusa e il degrado sociale che si instaurano in quelle comunità e in quegli aggregati geografici inseriti in meccanismi di dipendenza da logiche e organismi esogeni, che per la loro genesi e costituzione intrinseca non possono tener in alcun conto le ragioni e i simboli propri dell’unicità di ogni volto della Terra.

A fronte del paesaggio di megalopoli e metropoli smisurate che estende i suoi tentacoli e la sua Rete su tutto il pianeta - è urgente un’interrogazione di pensiero che, oltre a mostrare il degrado e l’impoverimento del senso e della concretezza dell’esperienza urbana, riporti al centro l’attenzione per una dimensione di cura, valorizzazione e rispetto dei luoghi che potrebbe contribuire al sorgere di un nuovo approccio etico nei confronti del paesaggio (inteso in una accezione allargata che contiene i suoi risvolti in campo estetico, culturale, sociale e ambientale). E questo potrebbe poi divenire quel nodo tematico cruciale che permetta di affrontare insieme argomenti a prima vista distanti come il problema ecologico a livello locale e globale, il sorgere di un bisogno democratico e di riconoscimento non più restringibile e trattenibile nelle strette maglie e procedure delle istituzioni politiche basate sulla delega rappresentativa, e il senso per una bellezza attiva che vada al di là delle barriere del gusto im-poste dal soggetto contemplante.

La prospettiva che viene descritta, interpretata e commentata nella tesi di laurea, è non solo urbanistica, ma anche sociale, geografica, politica ed estetica, e si sostanzia nella teoria del «progetto locale» e nella proposta del «nuovo municipio». Si è ritenuto utile a questo fine avvicinare lo scenario articolato del «progetto locale» ad una riflessione sul tema della comunità che, anziché la sua natura di “opera” da costruire e realizzare, ne sottolinei il carattere - precedente ad ogni diritto o decisione razionale - di «essere-in-comune», proprio dell’«essere-al-mondo» heideggeriano come della co-esistenza dell’«essere plurale singolare» di cui scrive Nancy. Essere all’altezza di questo pensiero della comunità vuol dire nelle nostre intenzioni rispettare quell’essere-in-relazione che ci rivolge inevitabilmente e sempre all’altro-da-noi stessi, e quindi ad una differenza consustanziale all’evento del nostro «con-essere». Configurare un pensiero “finito” che non prescinda e anzi assuma in pieno la dimensione di finitudine dell’esistenza, restituendo dignità e autonomia alle cose e al dato sensibile, e che dal corpo materiale del mondo tragga una prassi all’altezza del carattere eventuale del nostro «essere-gettati» in un mondo in comune, può divenire la via che porti a ridiscutere e valorizzare alcuni concetti come “limite”, “misura” e “confine”, volti ad emendare il sottofondo teoretico della proposta operativa del «nuovo municipio» da ogni riferimento ad una dimensione astratta e ideal-tipica che, con un inevitabile rimando ad una raffigurazione di tipo utopico, comporterebbe la ricaduta nei medesimi errori propri dei criteri alla base del tipo di pianificazione sociale e urbanistica dominante, cioè l’uniformazione, l’omologazione e il mancato rispetto delle differenze.

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4 INTRODUZIONE «Un uomo si propone il compito di disegnare il mondo. Trascorrendo gli anni, popola uno spazio con immagini di province, di regni, di montagne, di baie, di navi, d’isole, di pesci, di dimore, di strumenti, di astri, di cavalli e di persone. Poco prima di morire, scopre che quel paziente labirinto di linee traccia l’immagine del suo volto» 1 . Muovendo dalla convinzione e dalla consapevolezza, propria delle forme di pensiero più “veggenti” e avvedute, della necessità - non ulteriormente rinviabile - di una riflessione approfondita sul destino della vita urbana all’interno della Cosmopoli che avvolge il pianeta, non è possibile ignorare la realtà del dominio effettuale sulla vita e sulla natura che - continuamente incentivata nell’ambito della prassi di pensiero occidentale (estesa oggigiorno a livello dell’intero globo) da una onnipervasiva volontà di potenza, che si compie attraverso le realizzazioni dell’uomo faustiano e della sua Tecnica (e del pensiero unico tecnico-scientifico, che ha assunto il carattere di un culto a cui devotamente riservare una cieca fiducia e una completa remissione ai suoi meccanismi e procedure) - soffoca il grido di dolore della t/Terra, imbrigliata in un intreccio di insediamenti senza autonomia di senso né distinzione interna - nel segno dell’uni-verso e dell’uni- formazione; incastrati in una logica globale che, grazie alla capacità di astrazione insita nei suoi modelli ideali, prescinde da quei contesti plurali e singolari concreti che costituiscono invece le sfaccettature, le sfumature e i colori del composito quadro dei luoghi, dei popoli, degli idiomi, delle culture e degli individui in esse. Tentare allora di articolare un linguaggio e un pensiero all’altezza delle differenze e delle diversità che emergono da questo mosaico, presuppone l’individuazione del massimo pericolo da affrontare in questa congiuntura: l’omologazione intesa in senso culturale, estetico e geografico. L’appiattirsi delle diversità paesaggistiche è fattore da non sottovalutare, per la sua portata e ricaduta su aspetti decisivi come l’incuria diffusa e il degrado sociale che si instaurano in quelle comunità e in quegli aggregati geografici inseriti in meccanismi di dipendenza da logiche e organismi esogeni, che per la loro genesi e costituzione intrinseca non potranno mai tener in alcun conto le ragioni e i simboli propri dell’unicità di ogni volto della t/Terra. Indicare la riscoperta del bisogno estetico legato al paesaggio - e conseguentemente riformulare un’etica dell’abitare che faccia propria una riflessione più ampia rispetto al solo aspetto, pur necessario, ecologico/naturalistico - come uno degli elementi basilari e centrali in questa fase, non significa rinchiudersi in un estetismo residuale e riproporre concezioni passate del gusto che nell’attualità non potrebbero che risultare ineffettuali; anzi, è proprio a partire dalla messa in discussione dei 1 J.L. Borges, L’artefice, trad. it. di T. Scarano, Adelphi, Milano 1999, pag. 1267.

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