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Welfare Re-Mix considerazioni a sostegno di un dialogo possibile tra bene comune e razionalità limitate

Informazioni tesi

  Autore: Francesca Paini
  Tipo: Tesi di Laurea
  Anno: 2005-06
  Università: Politecnico di Milano
  Facoltà: Pianificazione del Territorio
  Corso: Master in Social Planning
  Relatore: Franca Olivetti Manoukian
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 73

Oggetto delle elaborato è il processo di pianificazione sociale implicato nella stesura del piano di zona previsto dalla legge 328/00 considerandone le implicazioni nei processi relazionali, le culture, i significati. Si considerano i piani di zona come frutto di una processo di relazione tra ente pubblico e terzo settore, relazione complessa, improntata da un significati diversi, da tensioni su identità ed appartenenze, e collocata per di più in uno scenario turbolento marcato anche da aspetti sfavorevoli di clima (fiducia, conoscenza pregressa,…).

La storia del processo di pianificazione sociale fa i conti con una profonda difficoltà di relazione tra i diversi attori ed in particolare tra gli enti locali ed il terzo settore. Pesa una storia politica, culturale e sociale fatta di visione ideologiche, aspettative deluse e conflitti male o per nulla gestiti che sedimentano un sostanziale misconoscimento tra le parti.

Caricata di fatiche quotidiane e distanze ideologiche, appesantita dalla scarsità di risorse, la relazione tra enti locali e terzo settore ha oggi la forma dello scontro tra sistemi. Nell’ ‘epoca delle passioni tristi’, delle ideologie spente, accade che le battaglie non siano più combattute da chi governa dimensioni, anche ideali, che chiamano in causa i fini delle politiche sociali, i suoi scenari complessivi. In campo oggi scendono i tecnici dei servizi sociali più concentrati sui mezzi e gli strumenti che sui fini, e spesso della loro visione più semplice, più strumentale. Ecco quindi che il social planning, processo di qualificazione di diritti e significati che marcano la convivenza di un territorio, si traduce in uno scontro di apparati, impegnati a misurarsi in un estenuante gioco a somma zero sulla definizione di aspetti formali e metodologici del processo. Avvitati in un conflitto ormai solo autoreferenziale, i soggetti organizzati delle politiche sociali in cui i fini ed i valori delle politiche, con le loro differenze, sono completamente sfumati. Mancano dati quantitativi, ma soprattutto qualitativi, culturali, storici. Mancano processi che costruiscano sapere sugli oggetti, sui fini delle politiche, ed il confronto è ormai sclerotizzato.

Il social planning si traduce così nella difficile interazione tra dirigenti degli uffici di piano (con mandati politici incerti) e rappresentanti (sedicenti) del terzo settore, entrambi faticosamente alle prese con l’intenzione di mettere in gioco qualcosa di più complesso (o almeno complessivo), entrambi prigionieri delle semplificazioni che si sono costruiti.

Per gli uffici di piano il fattore semplificante è spesso il mercato: è qui che (ideologicamente) si ricompongono i conflitti, si tutela il bene comune, si ristabilisce la legalità. Il terzo settore (l’Altro) è quello che vuole mettere in discussione il mandato ultimo dell’ufficio (l’interesse pubblico) in nome del proprio particolare interesse, spesso economico. Per i rappresentanti del terzo settore la stessa funzione (ideologica) la svolge la partecipazione: ogni decisione deve essere corale, le responsabilità ed i mandati si stemperano nel ‘brodino tiepido’ di un egualitarismo disarticolato, dove tutto va ‘deciso insieme’. L’ente locale (l’Altro) è quello che nega il valore del terzo settore, il legame con i bisogni comunitari, in nome del proprio auto-mantenimento, della propria auto-affermazione.

Sono due ‘luoghi comuni’ e come tali non vanno né giustificati né fondati. Si reggono sulla propria evidenza. C’è molto di vero in questi luoghi comuni, e, ovviamente, molto di falso, e, ancor più ovviamente, moltissimo di non detto. Tra i non detti di particolare incidenza, c’è sicuramente la questione dei fini.

Di qui un’ipotesi di lavoro che aiuti a riconoscere un luogo in comune: la comunità locale come spazio logo di costruzione delle politiche sociali, ma anche come spazio di riconoscimento reciproco e dei diversi attori che lo animano e dei molteplici percorsi che, legittimamente, lo costituiscono. In questa cornice ‘mercato’ e ‘partecipazione’ tornano ad essere ordinatori possibili e legittimi ma non assoluti, e l’appartenenza non è più il vessillo di un’ideologia senza fini, ma rappresenta la ricchezza (anche conflittuale, naturalmente) delle diverse forme di radicamento nelle comunità. E’ necessario che intorno ai temi del mercato e della partecipazione si ricostruisca una legittimazione basata sul consenso, che premettono il riconoscimento del valore delle diverse appartenenze.

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4 Introduzione Questa tesi arriva alla fine di un triennio difficile, di un anno faticoso e di un tirocinio che in tutto ciò ha provato a mettere ordine. L’esperienza del triennio di pianificazione che la legge 328/00 ha attuato è stata, nella mia esperienza comasca, difficile e sostanzialmente poco produttiva. Spesso i piani di zona sono stati costruiti con poche riunioni affrettate. Altrove gli incontri sono stati più numerosi e defatiganti, ma non per questo più significativi. Il terzo settore non è riuscito sostanzialmente a darsi una rappresentanza sensata ed orientata alla comunità, e si è ripiegato in una doppia torsione: da un lato avviando continui e mai conclusi processi di qualificazione della rappresentanza e dall’altro perdendo continuamente di vista lo scenario complessivo della programmazione. L’ente locale ha frapposto mille barriere alla partecipazione: istituendo spazi di incontro sempre più ristretti e chiusi nella barriera dell’omogeneità (abbiamo provato anche a sperimentare la partecipazione per rappresentanza stretta ai tavoli tematici, quelli in cui dovrebbe esserci lo spazio per il confronto e l’accomunamento sui saperi); sottraendosi al confronto sulle regole del gioco; negandosi sistematicamente alla possibilità di confronto tra terzo settore e gruppo politico, affidando la comunicazione agli uffici di piano. Contestualmente in provincia ci sono almeno quattro aziende speciali o consorzi (tra costituiti e costituendi) di enti locali, che per la maggior parte nascono sulla base dell’evocazione dell’efficienza aziendalista, ma senza che ci sia una chiara definizione dell’oggetto o della funzione che andranno a ricoprire. Le relazioni tra enti locali e terzo settore, e talvolta nello stesso terzo settore tra cooperative sociali e volontariato, sono affaticate, cariche di tensione, povere di fiducia e di riconoscimenti. Credo che su questo contesto, indubbiamente difficile, gravino alcuni pesi. In primo luogo, la scarsità (assenza?) di luoghi e spazi di confronto slegato dalle questioni gestionali. Manca una sorta di ‘camera di decompressione’ politica, ma anche tecnica, in cui le questioni possano essere trattate senza la durezza della quotidianità e il peso della concretezza; uno spazio in cui le questioni possano essere snodate e comprese nell’incontro tra soggetti diversi. Ci sono stati alcuni tentativi in questo senso: iniziative formative a volte dell’ente locale a volte della cooperazione, sforzi di analisi e documentazione che hanno cercato di produrre conoscenze nel disorientamento. Piccoli passi sono stati compiuti, ma siamo ancora in apnea. Sta forse prendendo corpo, gradualmente, anche la consapevolezza di questo bisogno. Così, in queste settimane la Camera di Commercio sta lavorando alla costituzione di un Osservatorio dell’economia

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