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Viaggio alla fine del mondo: il cinema di Steven Spielberg nel terzo millennio

Informazioni tesi

  Autore: Simone Locatelli
  Tipo: Tesi di Laurea
  Anno: 2003-04
  Università: Università degli Studi di Bologna
  Facoltà: Lettere
  Corso: Discipline dell'Arte, della Musica e dello Spettacolo
  Relatore: Leonardo Gandini
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 259

Questo lavoro si propone di prendere in esame i tre film di Steven Spielberg che hanno aperto il nuovo decennio (secolo, millennio): A.I. Intelligenza artificiale (Artificial Intelligence: AI, 2001), Minority Report (id., 2002) e Prova a prendermi (Catch Me If You Can, 2002). Per comprendere la scelta di queste tre pellicole è necessario però fare un passo indietro e risalire a quella che li precede, Salvate il soldato Ryan (Saving Private Ryan, 1998). La seconda guerra mondiale è un evento su cui il cineasta si è intrattenuto a lungo e che trova nello sbarco in Normandia il proprio momento culminante: la liberazione dell’Europa dall’incubo del nazifascismo rappresenta per l’autore l’atto di fondazione della società moderna, nei confronti del quale, come americano e come ebreo, non può che inchinarsi doppiamente, celebrando il sacrificio di quei soldati con tanto di bandiera a tutto schermo. I tre titoli successivi rappresentano un viaggio, una ricognizione del cammino dell’uomo iniziato tra le macerie di quel conflitto; un viaggio che parte dalla fine, dal punto d’arrivo in un futuro lontano, retrocede ad un futuro prossimo venturo e scavalca noi spettatori, terminando alle nostre spalle, nel nostro recente passato. Un viaggio che possiamo compiere anche invertendo il senso di marcia: possiamo partire dagli anni Sessanta di Prova a prendermi, dalla storia di un ragazzo che appartiene alla prima generazione americana nata dopo la guerra, lasciarci scavalcare nella direzione opposta e approdare ad un’immensa e muta distesa di ghiaccio, in un’escalation di dolore e angoscia. E in mezzo, qualunque sia il senso di marcia intrapreso, si colloca Minority Report, l’opera forse più bizzarra del cinema di Spielberg, un thriller poliziesco ambientato in un futuro così vicino da sembrare domani, da condividere le stesse ansie e le stesse paure di oggi.
Dopo aver ripercorso brevemente la carriera dell’autore nel primo capitolo, le tre sezioni successive prendono in esame i tre film separatamente, secondo un’ottica che potremmo definire testuale: lo scopo è quello di inoltrarsi nella loro narratività, di esplorare la temporalità dei racconti, in sostanza di addentrarsi nelle pieghe del testo, mettendo a fuoco quei punti-cardine fondamentali per la comprensione del testo medesimo. La nostra ricognizione sceglie di non rispettare l’ordine di uscita delle tre pellicole ma di partire da Prova a prendermi, proseguendo à rébours fino ad A.I. Se il viaggio che dalla fine dell’uomo giunge al nostro recente passato può essere percorso in entrambe le direzioni di marcia, abbiamo scelto di riordinare i tre titoli seguendo la cronologia dei rispettivi racconti: in primo luogo ci è sembrato il modo migliore per mostrare il profondo legame che li unisce (aspetto da non dare per scontato, viste le differenze di tono, genere, tematica); in secondo luogo Prova a prendermi è sicuramente il più semplice dei tre e, in un certo senso, il più “esemplare” per evidenziare questioni di carattere teorico e metodologico.
Nel quinto capitolo la prospettiva si sposta su di un asse intertestuale, affrontando il problema dell’adattamento e analizzando ciascuno dei tre film in relazione all’opera letteraria da cui è tratto. Nel sesto invece ci occupiamo della prospettiva metatestuale, perché se è vero che ogni film parla del proprio tempo, parla certamente anche del proprio mezzo, del proprio “darsi” come film: l’ultima parte della filmografia spielberghiana ci sembra contenere una forte componente metacinematografica e una ricca riflessione sul ruolo delle immagini.

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5 INTRODUZIONE Il cinema di Steven Spielberg è un oggetto strano. Dopo più di trent’anni di carriera, ventitré film diretti e decine di film prodotti, coloro che lo apprezzano, spesso incondizionatamente, lo fanno non senza imbarazzo, come se dovessero ogni volta difenderlo, mentre coloro che, spesso altrettanto incondizionatamente, lo criticano, sono costretti, quasi con disagio, ad affrontarne comunque l’importanza e la centralità nella cinematografia contemporanea. Pochi registi manifestano la sua abilità di trasformare le proprie opere in evento multimediale (culturale, commerciale) e pochi registi hanno la capacità di stimolare nel panorama critico divisioni così nette e radicali, certo insolite per un veterano del grande schermo, soprattutto quando molti colleghi altrettanto esperti sono oggi considerati degli intoccabili mostri sacri, osannati anche quando divulgano opere fiacche e sottotono. Spielberg è un regista hollywoodiano e questo rappresenta il suo peccato originale: non è un regista che prosegue un percorso parallelo e solo occasionalmente tangenziale a Hollywood (come Scorsese, come De Palma), e non è nemmeno un regista che piega la macchina hollywoodiana alle proprie ossessioni e ai propri vezzi (non nella misura di Tim Burton o di Cameron). Il rapporto tra Spielberg e Hollywood non ha nulla di conflittuale, non è fatto di lotte, compromessi, occasionali alleanze e tentativi di sabotaggio dall’interno; è un rapporto simbiotico, è il rapporto di un autore che passando attraverso l’esperienza eversiva dei movie brats, figliocci di Corman e del cinema indipendente (con cui Spielberg condivise se non gli esordi produttivi, certo l’orizzonte culturale), ha contribuito a traghettare la tradizione dello studio system, all’epoca rantolante, in

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