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Le fonti di finanziamento della previdenza complementare alla luce del D.Lgs. n. 252/2005

INTRODUZIONE
In Italia, fino all’inizio degli anni ‘90, non era presente una specifica legislazione che disciplinasse il fenomeno della Previdenza Complementare.
Sarà soltanto con il governo Amato che si assisterà ad un vero e proprio riordino previdenziale, infatti, con la legge delega n. 421 del 1992 (collegata alla Finanziaria del 1993), trova attuazione, per la prima volta nel nostro Paese, un’organica disciplina della previdenza complementare.
E’ il D. Lgs. n. 124 del 1993 che definisce e disciplina il nuovo concetto di previdenza complementare, con l’obiettivo di garantire “più elevati livelli di copertura previdenziale”, a fronte di una previdenza di base che sarà in grado di offrire prestazioni sempre più ridotte alla maggior parte dei lavoratori, specialmente alle giovani generazioni.
La riforma pensionistica, avviata nel 1992 dal governo Amato e portata a termine nel 1995 dal governo Dini, comporterà, infatti, una drastica riduzione delle prestazioni pensionistiche.
Il metodo di calcolo contributivo, introdotto nel 1995, darà luogo, a regime, a livelli di copertura previdenziale nell’ordine del 50-55% dell’ultima retribuzione, contro il 70-80% che era possibile raggiungere con il metodo retributivo.
I provvedimenti citati, cui fa seguito nel 1997 un ulteriore aggiustamento apportato dal governo Prodi (L. n. 449 del 1997), avevano l’obiettivo di riportare in equilibrio un sistema che da diversi anni manifestava segnali di difficoltà, con una riduzione delle entrate contributive (dovuta alla crisi del mercato del lavoro) ed un aumento della spesa pensionistica, dovuto al raggiungimento dell’età pensionabile da parte di generazioni consistenti di lavoratori e alla crisi demografica.
Nel 2001 il governo, procedendo alla verifica dello “stato di salute” del sistema previdenziale, ha riscontrato il conseguimento dei risparmi di spesa previsti dalle precedenti riforme, ma ha altresì identificato il mancato decollo della previdenza complementare. Da questa verifica è nato un progetto di legge delega incentrato, oltre che sulla ulteriore riduzione della spesa pensionistica, proprio sulla necessità improrogabile di dare una forte spinta allo sviluppo della previdenza integrativa; il provvedimento è divenuto legge il 23 agosto 2004 (legge n. 243/2004).
In attuazione di quanto previsto dalla delega, il 24 novembre 2005 il Consiglio dei Ministri ha finalmente approvato, dopo oltre un anno di confronto con le parti sociali, il decreto legislativo n. 252/2005 “Disciplina delle forme pensionistiche complementari”, stabilendone da principio l’entrata in vigore a partire dal 1° gennaio 2008, ed in seguito anticipandola, di un anno esatto, al 1° gennaio 2007.
Il provvedimento de quo, che abroga il D. Lgs. n. 124/1993, costituisce il nuovo testo di riferimento in materia di previdenza complementare e si pone l’obiettivo di incrementare l’entità dei flussi di finanziamento alle forme pensionistiche complementari individuali e collettive. Per raggiungere tale risultato il suddetto decreto apporta sostanziali modifiche quali, ad esempio, l’equiparazione tra fondi negoziali, fondi aperti e fondi pensione individuali, una migliore tutela degli iscritti, una disciplina fiscale di favore, ma soprattutto il conferimento (esplicito o tacito) del Tfr maturando ai Fondi Pensione.
L’oggetto del presente elaborato è la disamina delle fonti di finanziamento delle forme pensionistiche complementari alla luce del D. Lgs. n. 252/2005 che, come già ricordato, assegna al trattamento di fine rapporto un ruolo fondamentale per il decollo della previdenza complementare.

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INTRODUZIONE In Italia, fino all’inizio degli anni ‘90, non era presente una specifica legislazione che disciplinasse il fenomeno della Previdenza Complementare. Sarà soltanto con il governo Amato che si assisterà ad un vero e proprio riordino previdenziale, infatti, con la legge delega n. 421 del 1992 (collegata alla Finanziaria del 1993), trova attuazione, per la prima volta nel nostro Paese, un’organica disciplina della previdenza complementare. E’ il D. Lgs. n. 124 del 1993 che definisce e disciplina il nuovo concetto di previdenza complementare, con l’obiettivo di garantire “più elevati livelli di copertura previdenziale”, a fronte di una previdenza di base che sarà in grado di offrire prestazioni sempre più ridotte alla maggior parte dei lavoratori, specialmente alle giovani generazioni. La riforma pensionistica, avviata nel 1992 dal governo Amato e portata a termine nel 1995 dal governo Dini, comporterà, infatti, una drastica riduzione delle prestazioni pensionistiche. Il metodo di calcolo contributivo, introdotto nel 1995, darà luogo, a regime, a livelli di copertura previdenziale nell’ordine del 50-55% dell’ultima retribuzione, contro il 70- 80% che era possibile raggiungere con il metodo retributivo. I provvedimenti citati, cui fa seguito nel 1997 un ulteriore aggiustamento apportato dal governo Prodi (L. n. 449 del 1

Tesi di Laurea

Facoltà: Economia

Autore: Francesca Cecchinelli Contatta »

Composta da 163 pagine.

 

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Disponibile in PDF, la consultazione è esclusivamente in formato digitale.