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Quaestiones Perpetuae

Informazioni tesi

  Autore: Rosaria Converso
  Tipo: Tesi di Laurea
  Anno: 2001-02
  Università: Università degli Studi di Salerno
  Facoltà: Giurisprudenza
  Corso: Giurisprudenza
  Relatore: Francesco Lucrezi
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 127

Oggetto della mia analisi sono le leggi istitutive delle quaestiones perpetuae e lo studio comparatistico delle interpretazioni emerse in merito nell’ambito dei recenti studi romanistici. Le maggiori difficoltà derivano dalle notizie pervenuteci, spesso confuse, perché confuse, a loro volta, e contraddittorie sono le fonti storiche e letterarie oggetto delle esegesi dei moderni giusromanistici. La mia aspirazione: dimostrare quanto singolare sia stata la giustizia criminale della Repubblica Romano-nazionale, e l’alto grado di maturità raggiunto da un sistema processuale antico che, per molti versi, ha precorso l’idea di un processo di stampo accusatorio proprio di certi sistemi di giustizia penale moderni. Non è un caso che lo studio del sistema processuale-penale romano del periodo repubblicano venga affrontato e rivalutato in paesi che non hanno tradizioni latine, quali Inghilterra e Stati Uniti.
Le cause e i processi hanno avuto, nella Roma antica, una notevole importanza nella vita pubblica quanto nella privata e numerose sono state le procedure susseguitesi nel tempo. L’istituzione della prima quaestio perpetua risale, tuttavia, con ogni probabilità, alla seconda metà del II sec.a.C.: quaestio de pecùniis repetùndis, relativa ai reati di “malversazione” perpetrati dai magistrati delle province in seguito all’espansione extra-italica. Con l’istituzione di un tribunale permanente si intendeva perseguire un reato alquanto insolito rispetto a quelli di cui si erano macchiati gli uomini politici romani in passato. In effetti a Roma non esisteva una magistratura quale organo separato dello Stato, distinto dalla classe politica come, teoricamente, viene concepito nel XXI sec.. Il malcostume nella gestione degli affari pubblici era dilagante, ma la degenerazione politico-giuridica raggiunse dimensioni sbalorditive proprio durante la Repubblica: l’aumento della ricchezza e la possibilità di sfruttamento dei sudditi, conseguenza dell’ampliamento del dominio romano, ebbe come effetto il moltiplicarsi e l’ingigantirsi dei fenomeni di corruzione, nonché l’aumento di condotte presto catalogate quali illeciti da perseguire. La quaestio de pecunis rĕpĕtùndis non fu l’unica, molti sono i processi, documentati da numerose fonti dirette, per i quali si costituirono corti permanenti: de maiestatis, de peculatu, de ambitu, de falso, de sicariis et veneficiis.
Giova rilevare in questa sede quell’imprescindibile collegamento tra esperienza giuridico-processuale moderna ed esperienza giurico-processuale romano-antica, più volte sostenuta da eminenti romanisti, inclini, forse, sotto l’inconsapevole influenza della teoria dei “corsi e ricorsi” storici di G.B.Vico, a rinvenire in un austero sistema giuridico del passato i principi per valutare criticamente certi sistemi giuridici moderni, sempre mèmori delle opinàbili crisi del diritto che certi errori possono inevitabilmente determinare.

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INTRODUZIONE § 1. « Il tema » Come all’inizio di un qualsiasi discorso che abbia pretese scientifico-persuasorie, è nostra intenzione chiarire il fine di questa ricerca e illustrarne le modalità di svolgimento. Oggetto dell’analisi sono le leggi istitutive delle quaestiones perpetuae e lo studio comparatistico delle interpretazioni emerse in merito nell’ambito dei recenti studi romanistici. Le maggiori difficoltà derivano dalle notizie pervenuteci, spesso confuse, perché confuse, a loro volta, e contraddittorie sono le fonti storiche e letterarie oggetto delle esegesi dei moderni giusromanistici. Fine ultimo dell’indagine è dimostrare quanto singolare sia stata la giustizia criminale della Repubblica Romano-nazionale 1 , e l’alto grado di maturità raggiunto da un sistema processuale antico che, per molti versi, ha precorso l’idea di un processo di stampo accusatorio proprio di certi sistemi di giustizia penale moderni. Non è un caso che lo studio del sistema processuale-penale romano del periodo repubblicano venga affrontato e rivalutato in paesi che non hanno tradizioni latine, quali Inghilterra e Stati Uniti 2 . Le cause e i processi hanno avuto, nella Roma antica, una notevole importanza nella vita pubblica quanto nella privata e numerose sono state le procedure susseguitesi nel tempo. L’istituzione della prima quaestio perpetua risale, tuttavia, con ogni probabilità, alla seconda metà del II sec.a.C.: quaestio de pecùniis repetùndis 3 , relativa ai reati di “malversazione” perpetrati dai magistrati delle province in seguito all’espansione extra-italica. Con l’istituzione di un tribunale permanente si intendeva perseguire un reato alquanto insolito rispetto a quelli di cui si erano macchiati gli uomini politici romani in passato. In effetti a Roma non esisteva una magistratura quale organo separato dello Stato, distinto dalla classe politica come, teoricamente, viene concepito nel XXI sec.. Il malcostume nella gestione degli affari pubblici era dilagante, ma la degenerazione politico-giuridica raggiunse dimensioni sbalorditive proprio durante la Repubblica: l’aumento della ricchezza e la possibilità di sfruttamento dei sudditi, conseguenza dell’ampliamento del dominio romano, ebbe come effetto il moltiplicarsi e l’ingigantirsi dei fenomeni di corruzione, nonché l’aumento di condotte presto catalogate quali illeciti da perseguire. La quaestio de pecunis rĕpĕtùndis non fu l’unica, molti sono i processi, documentati da numerose fonti dirette, per i quali si costituirono corti permanenti: de maiestatis, de peculatu, de ambitu, de falso, de sicariis et veneficiis 4 …Ma di questo si tratterà diffusamente nel corso dell’analisi critica che stiamo per intraprendere. Quello che invece preme difendere, in questa sede, è l’idea di un imprescindibile collegamento rilevabile tra esperienza giuridico-processuale 1 A.Guarino,“Storia del diritto Romano”, Jovene, Napoli 1996, cap.II, pp.155 e ss.; V.Giuffrè, “La repressione criminale nell’esperienza Romana.Profili”, Jovene, Napoli 1998, cap. II, pp.66. 2 A.H.M.Jones,“The Criminal Courts of the Roman Republic and Principate”,Oxford 1972; studi anglosassoni recenti: A.Watson,”Legal Originins and Legal Change”, London 1991; O.f.Robinson, “The Criminal Law of Ancient Rome”, London 1995; studi meno recenti: R.Seager, “The crisis of the Roman Republic”, intr. Seager, Cambridge-New York, 1969. 3 A.W.Zumpt (C.T.),“De legibus iudiciisque repetundarum in republica Romana commentaziones duae“, Berolini1845; Kleinfeller,” Repetundarum crimen”, RE, 1A..1, pp.606 e ss.; F.Pontenay De Fontette, “Leges repetundàrum”, Paris 1954, pp.1 e ss.; C.Venturini, “Studi sul crimen repetundàrum nell’età repubblicana, Milano 1979, pp.1 e ss. 4 A.Guarino, “Storia del diritto Romano”, Jovene, Napoli 1996, pp. 283 e ss.; B.Santalucia, “Diritto e processo penale nell’antica Roma”, Giuffrè, Milano 1998, cap.V .(…vedi infra…)

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