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La rivoluzione Cubana nel Corriere della Sera

Informazioni tesi

  Autore: Orsola Raia
  Tipo: Tesi di Laurea
  Anno: 2005-06
  Università: Università degli Studi di Napoli "L'Orientale"
  Facoltà: Scienze Politiche
  Corso: Scienze Politiche
  Relatore: Giuseppe Civile
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 146

Il primo gennaio ’59 l’avvocato Fidel Castro si avvicinava al trionfo dell’Havana. Quando prese il potere, il presidente americano Eisenhower si avviava a concludere il suo mandato. Alla Casa Bianca stavano per arrivare i Kennedy. Mandela combatteva da clandestino contro l’apartheid. Franco, in Spagna, e il vecchio Chang Kai-Shek a Taiwan restavano gli ultimi dittatori del secolo, mentre un uomo nuovo cominciava a dominare la Francia. Ancora un generale: De Gaulle. A Mosca c’era Kruscev, Nasser al Cairo; Gronchi e Fanfani in Italia, Adenauer a Bonn. Per capire con quale spirito il giovane comandante si preparava a governare Cuba, basta sfogliare il primo numero del Bohemia settimanale che l’8 gennaio 1959 esce per la prima volta in un paese libero. Tiratura di un milione di copie. Fidel in copertina e ancora nelle altre cento pagine. Intervistato il giovane condottiero ribadiva i propri concetti politici, dichiarava di non essere comunista e di non avere nulla a che fare con i comunisti e aggiungeva, inoltre, che non avrebbe ristabilito le relazioni diplomatiche con l’Unione Sovietica, né allacciato rapporti con i paesi del blocco comunista e che avrebbe troncato tutti i legami esistenti con i paesi retti da regimi dittatoriali.
L’articolo di fondo dettato dallo stesso Castro aveva come titolo: “Perché non diventeremo mai comunisti”. Perché il potere si concentra in poche mani e non in quelle del popolo. Perché il comunismo impedisce la libertà religiosa e Castro allievo dei salesiani e con in tasca il diploma di maturità dei gesuiti, non avrebbe mai permesso l’ateismo di stato. Fino a quel momento il destino dell’Havana e di ogni altro posto dei Caraibi e dell’America Latina, era deciso da multinazionali di zucchero, rum, tabacco e frutta, proprietarie di treni, strade, luce, scuole e telefoni di Cuba.
Queste non ponevano nessun ostacolo al nuovo governo e nutrivano l’immediata speranza che accettasse il monopolio come avevano fatto gli altri ma, i no di Castro la fecero presto svanire.
Era, allora, un giovanotto senza morbidezze diplomatiche, incapace di mediare.
Sbatté la porta in faccia anche ai democratici. Piantagioni, palazzi e alberghi diventavano proprietà del popolo. Stranieri a mani vuote. Era lo scontro con gli USA tutto stava cambiando. Sono così cominciati embargo, attentati, tentativi di invasione, fughe in massa verso Miami e la prima fame di Cuba che l’URSS della guerra fredda ha subito consolato. Il petrolio e gli aiuti di Mosca hanno permesso che un popolo di contadini orgogliosi diventasse il solo paese dell’America Latina senza analfabeti, con “ospedali-miracolo”, laureati e ricercatori le cui scoperte sono diventate brevetti che permettono oggi all’economia cubana di sbarcare il lunario. Zucchero, tabacco e turismo vengono dopo. Per sopravvivere Castro si era convertito al marxismo buttando via il giuramento liberale dei giorni del trionfo.
Molti anni sono passati da allora e Castro è ancora saldamente al potere, il suo connubio con Cuba continua. Il segreto del Fidel sempre protagonista è forse nascosto nel giudizio che il rettore dei gesuiti dell’Havana scrisse sul suo diploma di maturità: “Il giovane Castro ha il talento di chi interpreta la realtà con la fantasia di un attore”.

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Introduzione I Introduzione Il primo gennaio ’59 l’avvocato Fidel Castro si avvicinava al trionfo dell’Havana. Quando prese il potere, il presidente americano Eisenhower si avviava a concludere il suo mandato. Alla Casa Bianca stavano per arrivare i Kennedy. Mandela combatteva da clandestino contro l’apartheid. Franco, in Spagna, e il vecchio Chang Kai-Shek a Taiwan restavano gli ultimi dittatori del secolo, mentre un uomo nuovo cominciava a dominare la Francia. Ancora un generale: De Gaulle. A Mosca c’era Kruscev, Nasser al Cairo; Gronchi e Fanfani in Italia, Adenauer a Bonn. Per capire con quale spirito il giovane comandante si preparava a governare Cuba, basta sfogliare il primo numero del Bohemia settimanale che l’8 gennaio 1959 esce per la prima volta in un paese libero. Tiratura di un milione di copie. Fidel in copertina e ancora nelle altre cento pagine. Intervistato il giovane condottiero ribadiva i propri concetti politici, dichiarava di non essere comunista e di non avere nulla a che fare con i comunisti e aggiungeva, inoltre, che non avrebbe ristabilito le relazioni diplomatiche con l’Unione Sovietica, né allacciato rapporti con i paesi del blocco comunista e che avrebbe troncato tutti i legami esistenti con i paesi retti da regimi dittatoriali. L’articolo di fondo dettato dallo stesso Castro aveva come titolo: “Perché non diventeremo mai comunisti”. Perché il potere si concentra in poche mani e non in quelle del popolo. Perché il comunismo impedisce la libertà religiosa e Castro allievo dei salesiani e con in tasca il diploma di maturità dei gesuiti, non avrebbe mai permesso l’ateismo di stato.

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