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Come la Filosofia legge il Cinema

Informazioni tesi

  Autore: Francesco Savoca
  Tipo: Tesi di Laurea
  Anno: 2005-06
  Università: Università degli Studi di Catania
  Facoltà: Scienze della Formazione
  Corso: Scienze dell'Educazione
  Relatore: Anna Escher Prof. Di stefano
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 191

Pensare ad un rapporto tra cinema e filosofia potrebbe generare smarrimento, sappiamo, infatti, che la storia della filosofia è ed è stata in gran parte storia letteraria, ma si può “pensarla” anche in modo alternativo sviluppando una cultura filosofica attraverso le immagini, la fotografia, il cinema.
È proprio il cinema che potrebbe offrire alla filosofia un linguaggio nuovo, più appropriato coniugando immagini e pensieri, emotività e razionalità, potenziando le possibilità concettuali della stessa filosofia.
Assistere ad una proiezione cinematografica, costringe lo spettatore a confrontarsi con il vedere, con lo sguardo più che con l’immagine, dal momento che dentro l’immagine si cela l’occhio di chi guarda e questo è un problema filosofico.
Comprendere cosa sia il cinema è cosa problematica perché continua a conservare in se un doppio difetto, ossia sembrare alla portata di tutti o alla portata di nessuno, celando appunto, molte verità nascoste sul nostro modo di pensare e sul nostro tempo.
Essendosi collocato storicamente come la perfetta manifestazione della riproducibilità tecnica dell’opera d’arte, il cinema è stato accusato di aver fatto perdere all’arte il suo valore originale decretando la fine dell’autenticità e dell’unicità dell’opera d’arte stessa ed inaugurando un concetto d’arte fugace ed effimero.
Il cinema, attinge da altre fonti artistiche non sommandosi alla letteratura, pittura o fotografia, ma affrontando continuamente, queste altre forme d’arte ed esaltando le loro differenze, con l’intento di produrre senso.
Bazin sostiene che il cinema concretizza il realismo ontologico che ponendosi oltre ogni riduzionismo vuole che sia, non semplice riproduzione tecnica del reale, ma pensata creazione di nuovi mondi. Ma il mondo noi siamo abituati a “leggerlo” e ad interpretarlo conferendo senso a tutto ciò che l’uomo pone in essere sottoforma ti comunicazione verbale o gestuale. Partendo da questo presupposto ho trattato con l’aiuto di Pierce, la semiotica interpretativa, con l’intendo di carpire la chiave di “lettura” dei testi, che si ritiene possa essere considerata anche la chiave interpretativa del mondo, considerato che, l’attività interpretativa è un perenne slittamento di senso, ossia un processo in divenire che mai e poi mai può raggiungere una conclusione unica e definitiva. Tutto ciò scopre le infinite possibilità dell’interpretazione, nonché introduce il concetto di circolarità ermeneutica.
Lo spettatore cinematografico vive, nella semiosi operata dal medium cinema, osserva, decripta, inferisce i simboli che Pierce ha ritenuto siano più che altro immagini e che ben si sposano con la realtà cinematografica.
Il lavoro interpretativo e decostruttivo, introdotto da Jacques Derrida si rende necessario soprattutto nello studio del cinema perché solo attraverso questa prospettiva si riescono a cogliere i dettagli che giocano un ruolo essenziale nella rivelazione dei sensi più nascosti, che rovesciano i sensi più evidenti.
Tutto ciò concerne sia l’atto interpretativo di un testo, sia quello di un film, che conserva in se la complessità e la conflittualità, che come già detto sono la chiave di lettura della libera e legittima interpretazione. La particolare e non univoca ricchezza ambigua del testo filmico richiede percorsi di comprensione non limitati alle componenti palesi, ma capaci di entrare all’interno dei meccanismi del significato multiplo di un testo.CONSULTAMI SCOPRIRAI MOLTO DI PIU.
Le immagini si incontrano con le categorie spazio-tempo generando una riflessione profonda sulla rappresentazione cinematografica delle stesse.
A questo punto ci siamo soffermati a riflettere sulla nozione di immagine-movimento ed immagine-tempo che caratterizzano un tipo di cinema attento alla realtà storica, sociale, ma anche quotidiana, dove il tempo emerge prima in forma indiretta, poi in forma diretta. L’immagine attualizzata spazialmente, esternava la sua massima espressività attraverso il volto che con la sua relativa immobilità e i suoi organi recettori, estrinseca al massimo i movimenti di espressione, che altrimenti sarebbero rimasti sepolti nel resto del corpo. Il volto rappresenta il perfetto connubio tra movimento ed espressione.....CONSULTAMI SCOPRIRAI MOLTO DI PIU.
Il mezzo secolo dell’immagine-movimento cui si accennava, viene scalzato dalla nuova immagine-tempo che disalimentando la tirannia del movimento sul tempo, introduce un nuovo concetto di movimento; il falso movimento che produce un’immagine cinematografica moderna al presente, che come conseguenza genera un’immagine-tempo diretta. ............. CONSULTAMI SCOPRIRAI MOLTO DI PIU....

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3 INTRODUZIONE Cinema e filosofia, in che modo si può concepire una tale relazione? Come giustificare una commistione tra ambiti apparentemente agli antipodi, tra un corpus cinematografico fatto d’opere ed un indirizzo di pensiero com’è quello filosofico? Il cinema che si fa pensiero è ancora cinema? E la filosofia che non concettualizza astrattamente l’arte, ma che s’immerge dentro la finitezza del film, è ancora filosofia? 1 Accingersi a ripercorrere il dibattito sviluppatesi sul rapporto tra l’immagine in movimento e la ricerca filosofica, non è certo compito facile. La difficoltà maggiore sta nella serie di motivazioni storiche, legate al modo in cui questo rapporto si è articolato nel corso del secolo scorso, che di volta in volta si è scontrato con l’impossibilità di determinare cosa fossero in realtà gli “oggetti” che lo fondavano, ossia 1 Cfr. Gloria Sica, Cinemasofia, L’autore Libri Firenze, Firenze 2004, pp. 10-11.

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