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Evoluzione strutturale di un distretto: il caso di Lovere e della Valcamonica

Informazioni tesi

  Autore: Marco Vedrietti
  Tipo: Tesi di Laurea
  Anno: 1998-99
  Università: Università degli Studi di Milano
  Facoltà: Giurisprudenza
  Corso: Giurisprudenza
  Relatore: Mario Talamona
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 93

La tesi si sviluppa in due parti e sei capitoli. Nella prima parte, quattro capitoli di carattere generale, si parla del concetto di distretto, di sviluppo endogeno, di distretti industriali e di sviluppo locale. Gli ultimi due capitoli sono dedicati, il quinto, all’inquadramento storico ed economico della Valle Camonica ed alla trattazione dell’evoluzione di Lovere, comune di 5500 abitanti, caratterizzato per anni dalla presenza di un grosso stabilimento Italsider, oggi in mani private (gruppo Lucchini), ed il sesto, molto breve, alle conclusioni.
Dal primo capitolo: “Secondo il nuovo Zingarelli, XI edizione 1991, il significato di “distretto”, nella seconda accezione del termine, quella geografica, è: “Zona caratterizzata dal manifestarsi di un determinato fenomeno: - vulcanico; - industriale.”” Il secondo esempio citato corrisponde ad un’espressione la quale, negli ultimi anni, ha meritato una vasta letteratura scientifica in campo economico e- come si vedrà- non solo in quello. L’interessamento verso il manifestarsi di esperienze produttive locali, quindi circoscritte territorialmente, trova espressione, oltre che a livello di geografia economica, anche a livello macroeconomico, con la c.d. teoria dello sviluppo endogeno, nata nel solco delle teorie neoclassiche della crescita economica (brevemente esposte nel cap. I: sviluppo esogeno ed endogeno). La teoria dello sviluppo endogeno mostra come l’investimento di capitale in attività non primarie ne’ secondarie, ma terziarie (i cosiddetti “servizi”), possa avere positivi riflessi sull’economia di un intero sistema economico nazionale (e, noteremo, anche sovranazionale). La teoria dei distretti industriali si iscrive, ancora, all’interno del più ampio discorso dello “sviluppo locale”, cioè della creazione di ricchezza che non passi per i grandi stabilimenti industriali (la cosiddetta “industria fordista”), ma per le scelte e l’attività di un ristretto numero di persone, di limitate comunità.
Le scelte che portano allo sviluppo locale possono essere prese (con le dovute cautele) dall’alto e portare alla creazione di sistemi produttivi locali; ma nella storia, dove questi sistemi sono nati, e nella geografia economica, e nella sociologia, i prodromi alla nascita sono frutto di una miriade di passaggi interiori alla comunità e ad i suoi appartenenti, che coinvolgono poi l’ambiente e la struttura economica.
Nel caso dell’Italia, i sistemi produttivi locali, figli della millenaria frammentazione politica ed amministrativa nella quale si è formato, da 130 anni, lo Stato, sono una delle basi dell’economia, ed hanno creato, a livello internazionale, un grande interessamento in qualità di mezzo per sviluppare zone depresse, mettendo in mano ai residenti gli strumenti per costruire il proprio futuro, senza bisogno di enormi investimenti.
Le teorie del distretto industriale, nate poco più di un secolo fa dall’osservazione, praticata dall’economista inglese Alfred Marshall (cfr. parag. 3.3: il distretto industriale secondo Marshall), dello sviluppo locale di certe zone del Regno Unito, calzano a pennello al caso dello sviluppo di una zona dell’Italia Settentrionale: la lombarda, ed isolata, Valle Camonica (cfr. cap. 5.1: “La valle Camonica”), terra nella quale la lavorazione dei metalli è praticata da prima dell’era cristiana, e si è mantenuta fino ad oggi nonostante le gravi crisi (la prima ai primi dell’ottocento, quando, cessata la immensa domanda di materiale bellico causata dalle guerre napoleoniche, l’industria valligiana, inserita nel contesto economico dell’impero austro-ungarico, dovette confrontarsi con l’industria siderurgica, più evoluta tecnologicamente, della Stiria e della Carinzia e la seconda, manifestatasi dalla seconda metà degli anni settanta del nostro secolo

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5 CAPITOLO PRIMO: introduzione Secondo il nuovo Zingarelli, XI edizione 1991, il significato di “distretto”, nella seconda accezione del termine, quella geografica, è: “Zona caratterizzata dal manifestarsi di un determinato fenomeno: - vulcanico; - industriale.” Il secondo esempio citato corrisponde ad un’espressione la quale, negli ultimi anni, ha meritato una vasta letteratura nel campo delle scienze sociali, grazie ad un diffuso, e relativamente recente, interessamento verso il manifestarsi di esperienze produttive a livello locale. Tale interessamento trova espressione, oltre che a livello di geografia economica, anche a livello macroeconomico, con la c.d. teoria dello sviluppo endogeno, nata nel solco delle teorie neoclassiche della crescita economica (cfr. cap. I: sviluppo esogeno ed endogeno). La teoria dello sviluppo endogeno nota come l’investimento di capitale in attività non primarie ne’ secondarie, ma terziarie (i cosiddetti “servizi”) possa avere positivi riflessi sull’economia di un intero sistema economico nazionale (e, si intuisce, anche sovranazionale). La teoria dei distretti industriali si iscrive motu proprio all’interno del più ampio discorso dello “sviluppo locale”, cioè della creazione di ricchezza non passante per i grandi stabilimenti industriali (la cosiddetta “industria fordista”), ma per le scelte e l’attività di un ristretto numero di persone, di limitate comunità. Le scelte che portano allo sviluppo locale possono essere prese (con le dovute cautele) dall’alto e portare alla creazione di sistemi produttivi locali; ma nella storia, dove questi sistemi sono nati, e nella geografia economica, e nella sociologia, i prodromi alla nascita sono frutto di una miriade di passaggi interiori alla comunità e ad i suoi appartenenti, che coinvolgono poi l’ambiente e la struttura economica. Nel caso dell’Italia, i sistemi produttivi locali, figli della millenaria frammentazione politica ed amministrativa nella quale si è formato, da 130 anni, lo Stato, sono una delle basi dell’economia, ed hanno creato, a livello internazionale, un grande interessamento in qualità di mezzo per sviluppare zone depresse, mettendo in mano ai residenti gli strumenti per costruire il proprio futuro, senza bisogno di enormi investimenti di base. Le teorie del distretto industriale, nate poco più di un secolo fa dall’osservazione, praticata dall’economista inglese Alfred Marshall (cfr. parag. 3.3: il distretto industriale secondo Marshall), dello sviluppo locale di certe zone del Regno Unito, calzano a pennello al caso dello sviluppo di una zona dell’Italia Settentrionale: la lombarda Valle Camonica (cfr. cap. 5.1: “La valle Camonica”) , terra nella quale la lavorazione dei metalli è praticata da prima dell’era cristiana, e si è mantenuta fino ad oggi nonostante le gravi crisi affrontate nel corso dei secoli. Il distretto industriale, espressione non coniata da Alfred Marshall, ma dai suoi epigoni (cfr. cap.3 paragg. 3-7), non è l’unica via allo sviluppo locale, ottenibile in vari modi, ma ha un’indubbia importanza nell’economia italiana, ed in tutti gli altri casi nei quali la limitata dimensione è sinonimo di efficienza e produttività. Il distretto industriale non è la panacea per ogni caso di stagnazione economica. Le politiche di sviluppo locale, che non passano necessariamente per l’industria, hanno, in questo, le carte più in regola (cfr. cap. 4.4: “Non solo distretti”). Certo, trattandosi di sviluppo di società umane, non esiste una formula omnicomprensiva, immortale ed ovunque valida, ma solo idee guida che devono essere adattate al caso singolo (cfr. parag 4.3: lo “strategy planning” e 4.4: “a little bit of marketing” ). Alla luce delle teorie su distretto industriale, sviluppo locale e strategy planning si sono letti la storia ed il presente economici della sopracitata valle Camonica ed, all’interno di essa, di un piccolo, ma interessante, comune bergamasco: Lovere (cfr. cap 5.2: “Lovere”).

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