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Peter Ackroyd e la Detective Fiction postmoderna: "Hawksmoor"

Informazioni tesi

  Autore: Chiara Rigo
  Tipo: Laurea liv.I
  Anno: 2004-05
  Università: Università degli Studi di Verona
  Facoltà: Lingue e Letterature Straniere
  Corso: Lingue e letterature straniere
  Relatore: Daniela Carpi
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 23

La tesi verte sull'analisi del modello tradizionale della "detective fiction" inglese e il suo successivo sovvertimento in epoca postmoderna, i cui tratti costitutivi sono brevemente delineati, e segnatamente nell'opera letteraria di Peter Ackroyd, autore inglese contemporaneo. La sovversione del canone è esaminata in particolare nel romanzo "Hawksmoor", pubblicato nel 1985.

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CAPITOLO 1 LA DETECTIVE FICTION “CLASSICA” 1. 1 Breve storia Sebbene alcuni critici vedano già nell’Edipo Re un primo esempio di detective story, appare quasi unanimemente riconosciuto il fatto che il ruolo di iniziatore del genere vada attribuito ad Edgar Allan Poe. Il suo racconto The Murders of the Rue Morgue, pubblicato nel 1841, introdusse il primo vero detective della letteratura, M. Auguste Dupin. La figura professionale del detective nacque in Europa proprio nei primi decenni del diciannovesimo secolo, in concomitanza con l’istituzione dei primi corpi di polizia cittadina ufficiali: la Sûreté a Parigi e i Bow Street Runners (i precursori di Scotland Yard) a Londra. Il loro compito era quello di preservare l’ordine, proteggere la proprietà borghese, tenere sotto controllo una città in cambiamento, sempre più incomprensibile agli occhi degli abitanti benestanti a causa dell’aumento esponenziale della popolazione dei ceti più bassi e del continuo progresso tecnologico. Ma a lungo le forze di polizia vennero guardate con diffidenza, visti i metodi utilizzati e l’etica discutibile, che li accomunavano spesso ai criminali che dovevano combattere; lo stesso E.F.Vidocq, uno dei fondatori della Sûreté, era un noto ladro che dovette i suoi primi successi alla personale conoscenza del mondo criminale parigino. Non è corretto quindi ritenere che la semplice comparsa dei primi detective professionisti abbia ispirato la nascita del detective come personaggio letterario: bisogna riconoscere a Poe un insostituibile ruolo di originalità creativa. Come Michael Holquist afferma: “the detective who made the detective fiction possible was himself a fiction: Detective stories have their true genesis not in Vidocq or any other real life detective. The father of them all is, rather, Edgar Allan Poe’s Chevalier Dupin.” 1 Dupin incarnava la nuova figura del detective come ragione che si oppone all’impulso irrazionale e lo controlla, lo esorcizza, è colui che riporta l’ordine logico nel caos generato dall’evento criminale. Questo modello rispondeva alle inquietudini sempre più pressanti della borghesia cittadina europea, ed inglese in particolar modo, che si sentiva minacciata e impreparata di fronte ai grandi cambiamenti sociali in atto. Nel primo trentennio dell’Ottocento, infatti, la rivoluzione industriale si stava consolidando in Inghilterra e si estendeva al resto dell’Europa; le città attiravano migliaia di poveri emigranti in cerca di un lavoro che potesse garantire loro un’occasione di riscatto sociale o anche solamente la sopravvivenza. Naturalmente assieme alla popolazione crebbero proporzionalmente anche la miseria e la criminalità 2 , le contestazioni sociali e politiche, e questo gigantesco e rapidissimo cambiamento generò nella classe borghese grande ansia 1 “Whodunit and other Questions: Metaphysical Detective Stories in Post-War Fiction”, in Maurizio Ascari (ed.), Two Centuries of Detective Fiction: a New Comparative Approach, Cotepra, Università di Bologna, 2000. 2 È in questo periodo che nasce la prigione come nuovo metodo per affrontare il problema della criminalità: non si pratica più la tortura e la punizione esemplare e terrorizzante, ma la reclusione, il campo di lavoro, la deportazione. “Non si metteva più in scena la punizione del deviante, ma lo si faceva sparire, lo si rinchiudeva, obbligandolo al lavoro forzato in un universo carcerario separato dalla società civile, perché non intralciasse più il progresso ed eventualmente, se poteva, se sopravviveva, si riscattasse col lavoro.”, (Paolo Viola, Storia moderna e contemporanea. L’Ottocento,Torino, Einaudi, 2000; pag. 57).

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