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Modelli di welfare to work


Negli ultimi decenni appare poi modificata l’interazione tra il mercato del lavoro e la famiglia, in relazione alla tendenza all’espansione dell’offerta di lavoro femminile, che solo in parte può essere ricondotta a ragioni economiche. Se in famiglia partecipano al mercato del lavoro entrambi i coniugi, è chiaro che il ruolo familiare viene alterato e si richiedono adattamenti anche in altri aspetti, in primis nel welfare state. L’accresciuta mobilità internazionale dei beni e dei fattori, la cosiddetta globalizzazione, ha anch’essa un ruolo nella spiegazione della crisi dei sistemi di welfare tradizionali, nella misura in cui condiziona e limita l’autonomia fiscale dei singoli paesi: i costi del lavoro sono influenzati in modo decisivo dal peso dei contributi sociali, che costituiscono la base principale del finanziamento dei principali istituti di welfare state. Le attività produttive tendono a spostarsi là dove sono minori i costi e quindi i sistemi di tutela. Ciò a sua volta stimola i paesi con più elevate coperture sociali a ridurre i propri contributi e l’effetto sarà una pressione molto forte a contenere la spesa sociale stessa.
Anche prescindendo dalle ragioni sopra accennate, è facilmente prevedibile che i sistemi di welfare stiano diventando finanziariamente non sostenibili, nel senso che comporteranno a parità di diritti garantiti un ammontare di spesa pubblica sempre crescente rispetto al PIL e quindi una crescente pressione fiscale . Anche da parte delle forze politiche di ispirazione socialdemocratica, responsabili di Governo in quasi tutti i paesi europei nella seconda metà degli anni ’90, accanto a una difesa delle funzioni redistributive e di tutela dei più disagiati che il welfare state assolve, sta quindi diventando sempre più netta la consapevolezza che questi sistemi devono essere disegnati in modo da non ostacolare la crescita economica e in particolare l’offerta di lavoro.
L’offerta di lavoro è infatti il campo della spesa pubblica in cui è più acuto il conflitto tra obiettivo di distribuzione ed obiettivi di crescita. L’obiettivo finale che questa relazione ricerca e proprio quello di cercare di risolvere tale conflitto, con la consapevolezza che le riforme di welfare debbano sempre tener conto sia degli obiettivi di efficienza economica sia di equità distributiva, collegando gli strumenti ai bisogni e alle caratteristiche dei gruppi sociali e legando l’offerta lavorativa delle persone, in particolar modo delle donne, alla presenza di strumenti di riconciliazione tra carichi familiari e tempi di lavoro. Un modello di welfare state attivo non crea disincentivi al lavoro, al contrario stimola l’offerta e garantisce un’elevata protezione sociale e la solidarietà. Il cardine del sistema è l’innalzamento del tasso di occupazione, sia maschile che femminile, che consentirebbe di finanziare la crescita dei sistemi di protezione sociale e agirebbe da stimolo sulla crescita economica. In questa prospettiva si possono inquadrare i cosiddetti programmi di workfare, che associano o sostituiscono ai modelli tradizionali di welfare forme di intervento che evitino la propensione all’inoperosità del lavoratore. Le proposte di riforma più innovative, tuttavia, sono costituite da nuove modalità di erogazione del sussidio, in cui si sottolineano aspetti incentivanti del lavoro. L’esperienza americana dell’EITC (Earned income tax credit), oggetto di analisi di questa relazione, è l’esempio più significativo di questo nuovo tipo di proposte. L’idea, nella sua essenza, è molto semplice: anziché dare un sussidio a chi è disoccupato, si offre un’integrazione del salario, per un periodo di tempo limitato, sotto forma di un credito d’imposta rimborsabile, a chi ha un lavoro, ma guadagna poco. Oltre un certo limite, generalmente fissato intorno alla soglia di povertà, il sussidio comincia a declinare, sino ad esaurirsi. Gli effetti incentivanti di questi schemi sono evidenti, tuttavia un giudizio conclusivo su queste riforme richiederebbe di poter sciogliere il dubbio se esse siano, alla fine, in grado di creare maggiori posti di lavoro a condizioni socialmente accettabili o non si traducano esclusivamente in un mutamento dei rapporti di forza tra datori di lavoro e lavoratori nella società: un aspetto, questo, che ha bisogno di essere confermato da ulteriori evidenze prima di poter essere affermato con sicurezza.

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3INTRODUZIONE Il lavoro svolge un ruolo fondamentale nella vita dell’uomo. Non solo determina il grado di benessere delle persone e influisce sulle loro decisioni di istruzione e utilizzo del tempo libero, ma costituisce anche una risorsa centrale per il successo delle decisioni di investimento delle imprese. Trattandosi di un “bene” così rilevante, negli ultimi anni si è tentato di sviluppare modelli che tengano conto di questa complessa realtà in un confronto continuo con i “fatti”, da cui l’economia del lavoro non può prescindere. In questo campo così importante per la vita di ognuno di noi, lo Stato ricopre un ruolo fondamentale attraverso interventi di welfare state che, in linea generale, perseguono gli obiettivi di inclusione sociale, di giustizia distributiva e di contrasto alla povertà da un lato, e di incrementare la partecipazione lavorativa delle persone, incentivando la vita attiva tramite strumenti work oriented, dall’altro. Il welfare state ha una storia piuttosto recente e nasce come strumento di stimolo alla domanda nel momento in cui alcuni rischi a cui può andare incontro un individuo o una famiglia vengono riconosciuti come rischi sociali. La perdita del posto del lavoro è senza dubbio il principale; si capisce allora perché lo sviluppo di strumenti di welfare state sia progredito dopo l’esperienza della grande depressione degli anni ’30 e abbia avuto il riferimento più significativo nel sussidio di disoccupazione. Nel secondo dopoguerra l’espansione della spesa sociale è stata molto intensa in tutti i paesi industrializzati o in via di industrializzazione, perché strettamente collegata a una particolare modalità di funzionamento del sistema capitalistico, che viene solitamente indicata come “modello fordista”, caratterizzato da un ruolo prevalente dell’industria e del lavoro operaio di massa. Si trattava di un tipo di organizzazione del lavoro in cui vi era una forte domanda di manodopera relativamente poco qualificata da parte di imprese che tendevano sempre più ad allargarsi, al fine di godere delle economie di scala consentite dall’organizzazione tayloristica del lavoro; a tale struttura del mondo dell’impresa corrispondeva una struttura familiare in cui il capofamiglia maschio era spesso l’unico percettore di reddito. In questo contesto, il welfare state ha senza dubbio

Laurea liv.I

Facoltà: Economia

Autore: Antonio Valerio Contatta »

Composta da 99 pagine.

 

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