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Il linguaggio femminile: una questione delicata - La linguistica alle prese con il locutore-donna

La linguistica, così come tutte le discipline in cui il pensiero raggiunge la massima astrattezza e generalità possibile, fonda le proprie teorie su un soggetto universale che dovrebbe valere quale paradigma dell’intero genere umano. La fragilità che si cela dietro questa parvenza di soggetto forte si svela però non appena è una donna a prendere la parola. L’irrompere della differenza sessuale nel linguaggio infrange l’illusione di un locutore puramente formale mettendo in luce il nesso inscindibile fra physis e ratio, scoprendo nuove dimensioni di significazione, nuovi collegamenti fra la linguistica e altri campi del sapere, oltre alla sociologia e alla psicologia, quali la filosofia, la psicanalisi e le neuroscienze.
Benché non sia obiettivo di questo lavoro quello di trattare una tematica così complessa e di formulazione tanto recente, si è rivelato indispensabile menzionarla, seppur non esaustivamente, in modo da sviluppare la presente analisi sul linguaggio femminile in modo più approfondito.
Non è infatti sufficiente segnalare le differenze linguistiche del discorso della donna per affermare l’esistenza di un linguaggio femminile. Occorre definire su che piano avvengono tali differenziazioni, quali sono le possibili cause e quali gli scopi comunicativi perseguiti o gli effetti che indirettamente vengono prodotti. Solo in questo modo si potrà avere una visione globale del fenomeno senza fermarsi alle sue manifestazioni più immediate.
Si cercherà quindi di illustrare le caratteristiche specifiche di un ipotetico linguaggio femminile emerse dalle innumerevoli ricerche che, più o meno intenzionalmente, si sono imbattute con il rapporto fra sesso e linguaggio. Verranno menzionati i fattori biologici, psichici e culturali che, in una relazione causa-effetto ancora tutta da indagare, hanno determinato differenze sessuali e di genere. Si metterà in luce la peculiarità del rapporto fra la donna ed il linguaggio, che si configura essenzialmente come estraniazione ed esclusione. Ciò pone la donna in una situazione del tutto anomala, che la costringe a cercare nuove strategie comunicative e nuovi strumenti per riappropriarsi della parola.
La donna, fuori da un linguaggio che non le appartiene, è tuttavia costretta ad esprimersi attraverso di esso. La sua non è altro che una quotidiana attività di traduzione da un linguaggio interiore che ancora non ha parole per dirsi, ed il linguaggio esteriore, costruito dall’uomo per l’uomo. Questa sua particolare attitudine a farsi mediatrice fra due mondi sembra essere confermata non solo da fattori socio-culturali che l’hanno portata ad una condizione di oppressione, ma anche da fattori biologici inerenti in particolar modo alla sua conformazione cerebrale.
Il fatto che la maggior parte dei traduttori sia di sesso femminile ed il maggiore interesse delle donne per le lingue e le materie umanistiche possono certo derivare da altri fattori e non costituiscono una valida dimostrazione di tale ipotesi, tuttavia non possiamo non chiederci se la dimensione biologica non svolga comunque un ruolo rilevante in queste scelte, che sembrano essere del tutto coerenti con le caratteristiche neurocerebrali femminili.
L’analisi si concluderà decidendo, alla luce di tutte le problematiche evidenziate, la definizione più corretta per quello che finora abbiamo chiamato genericamente linguaggio femminile; questa conclusione avrà in realtà un valore provvisorio: essa potrà essere confutata o confermata nel momento in cui la linguistica avrà indagato il legame intercorrente fra il linguaggio ed il corpo, che, in quanto strumento percettivo, fonte di sentimenti e pulsioni, costituisce anch’esso un elemento essenziale nell’ambito del processo di significazione.

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⎯ 1 ⎯ INTRODUZIONE La linguistica, così come tutte le discipline in cui il pensiero raggiunge la massima astrattezza e generalità possibile, fonda le proprie teorie su un soggetto universale che dovrebbe valere quale paradigma dell’intero genere umano. La fragilità che si cela dietro questa parvenza di soggetto forte si svela però non appena è una donna a prendere la parola. L’irrompere della differenza sessuale nel linguaggio infrange l’illusione di un locutore puramente formale mettendo in luce il nesso inscindibile fra physis e ratio, 1 scoprendo nuove dimensioni di significazione, nuovi collegamenti fra la linguistica e altri campi del sapere, oltre alla sociologia e alla psicologia, quali la filosofia, la psicanalisi e le neuroscienze. Benché non sia obiettivo di questo lavoro quello di trattare una tematica così complessa e di formulazione tanto recente, si è rivelato indispensabile menzionarla, seppur non esaustivamente, in modo da sviluppare la presente analisi sul linguaggio femminile in modo più approfondito. Non è infatti sufficiente segnalare le differenze linguistiche del discorso della donna per affermare l’esistenza di un linguaggio femminile. Occorre definire su che piano avvengono tali differenziazioni, quali sono le possibili cause e quali gli scopi comunicativi perseguiti o gli effetti che indirettamente vengono prodotti. Solo in questo modo si potrà avere una visione globale del fenomeno senza fermarsi alle sue manifestazioni più immediate. Si cercherà quindi di illustrare le caratteristiche specifiche di un ipotetico linguaggio femminile emerse dalle innumerevoli ricerche che, più o meno intenzionalmente, si sono imbattute con il rapporto fra sesso e linguaggio. Verranno 1 Cfr. Patrizia Violi (1986) p. 153 circa la dicotomia femminile = pulsionale vs. maschile = ragione e pp. 184-187 circa l’assenza del corpo e delle sue implicazioni nelle teorie del soggetto.

Tesi di Laurea

Facoltà: Ecole de Traduction et d'Interprétation

Autore: Serena Ciccone Contatta »

Composta da 211 pagine.

 

Questa tesi ha raggiunto 12194 click dal 28/06/2007.

 

Consultata integralmente 14 volte.

Disponibile in PDF, la consultazione è esclusivamente in formato digitale.