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Profili politici e istituzionali della sfiducia al singolo ministro. Il caso Mancuso.

Informazioni tesi

  Autore: Valeria De Carlo
  Tipo: Tesi di Laurea
  Anno: 1997-98
  Università: Università degli Studi di Urbino
  Facoltà: Scienze Politiche
  Corso: Scienze Politiche
  Relatore: Antonio Agosta
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 206

Questo lavoro ha per oggetto, al contempo, un tema teorico generale e una vicenda politica concreta. La questione è costituita dalla configurazione della mozione di sfiducia nei confronti di un singolo ministro nell'ordinamento istituzionale italiano, analizzato in prospettiva comparata. Il caso concreto è rappresentato dalla specifica vicenda che ha visto come protagonista, negli ultimi mesi del 1995, nel corso dell'attività del gabinetto tecnico presieduto di Lamberto Dini, il ministro di grazia e giustizia Filippo Mancuso, sfiduciato, in Senato, da un voto promosso dalle forze politiche della maggioranza. Il ministro, come è noto, rifiutò di rassegnare le dimissioni; e, destituito dal presidente della Repubblica sollevò un conflitto tra poteri dello Stato, ricorrendo al giudizio della Corte costituzionale.
L'episodio non è rilevante soltanto dal punto di vista giuridico, per le complesse questioni interpretative poste in evidenza dalla controversia giudiziaria. È, in realtà, un'occasione per esaminare l'applicazione, nella prassi politica, del modello di governo parlamentare previsto dalla costituzione del 1948. L'indagine, in tal senso, può essere sviluppata su diversi piani.
L'interesse specifico è riferito, ovviamente, alla ricostruzione del caso politico concreto. L'episodio, peraltro, si verifica in circostanze eccezionali: un governo di tecnici, prevalentemente non collegati a forze politiche (come nel caso, appunto, del magistrato Mancuso) sostenuto da una maggioranza parlamentare eterogenea, diversa rispetto a quella emersa dal voto del 1994, destinato a concludere la propria azione con l'approvazione della legge di bilancio e l'indizione di nuove elezioni politiche. La successiva vicenda giudiziaria, in particolare, ha evidenziato l'esistenza di non poche lacune nell'impianto normativo, rivelando l'assenza di puntuali riferimenti procedurali per disciplinare il caso - pur astrattamente possibile - di conflitti tra maggioranze parlamentari e singoli titolari di dicasteri.
Quali ragioni avevano giustificato il permanere, nei decenni di tali "vuoti normativi"? Un secondo piano d'indagine, parzialmente sviluppato nel presente lavoro, rinvia, inevitabilmente, alla "costituzione materiale" e alla natura del sistema politico italiano del cinquantennio repubblicano, caratterizzato da una molteplicità di partiti fortemente strutturati e dal necessario ricorso a governi di coalizione. In quella situazione, l'eventuale conflitto fra un ministro, rappresentante di una determinata forza politica, e il resto della compagine governativa o della maggioranza parlamentare, avrebbe, normalmente, assunto il carattere di una divergenza tra forze politiche e si sarebbe risolto con la crisi della coalizione governativa.
Questo, infatti, è quanto generalmente si è verificato in occasione delle crisi di governo della cosiddetta "prima repubblica". Non si sono, di fatto, registrati casi di dissenso ad personam, che coinvolgessero esclusivamente un singolo ministro, separandone l'operato rispetto alla forza politica di appartenenza; e, nell'eventualità di un contrasto del ministro con il suo stesso partito, sarebbe stato quest'ultimo, con procedimenti extraparlamentari, a "sfiduciarlo" di fatto, invitandolo alle dimissioni.

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I Introduzione I. Questo lavoro ha per oggetto, al contempo, un tema teorico generale e una vicenda politica concreta. La questione è costituita dalla configurazione della mozione di sfiducia nei confronti di un singolo ministro nell'ordinamento istituzionale italiano, analizzato in prospettiva comparata. Il caso concreto è rappresentato dalla specifica vicenda che ha visto come protagonista, negli ultimi mesi del 1995, nel corso dell'attività del gabinetto tecnico presieduto di Lamberto Dini, il ministro di grazia e giustizia Filippo Mancuso, sfiduciato, in Senato, da un voto promosso dalle forze politiche della maggioranza. Il ministro, come è noto, rifiutò di rassegnare le dimissioni; e, destituito dal presidente della Repubblica sollevò un conflitto tra poteri dello Stato, ricorrendo al giudizio della Corte costituzionale. L'episodio non è rilevante soltanto dal punto di vista giuridico, per le complesse questioni interpretative poste in evidenza dalla controversia giudiziaria. È, in realtà, un'occasione per esaminare l'applicazione, nella prassi politica, del modello di governo parlamentare previsto dalla costituzione del 1948. L'indagine, in tal senso, può essere sviluppata su diversi piani. L'interesse specifico è riferito, ovviamente, alla ricostruzione del caso politico concreto. L'episodio, peraltro, si verifica in circostanze eccezionali: un governo di tecnici, prevalentemente non collegati a forze politiche (come nel caso, appunto, del magistrato Mancuso) sostenuto da una maggioranza parlamentare eterogenea, diversa rispetto a quella emersa dal voto del 1994, destinato a concludere la propria azione con

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Parole chiave

costituzione materiale
filippo mancuso
mozione di sfiducia
sfiducia individuale

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