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Caterinella e Cappuccetto rosso nel Nordest. Analisi retorica e antropologica.

Una tesi di carattere retorico e antropologico che si basa sull'analisi di due fiabe: Cappuccetto Rosso (AT 333) e Caterinella (AT 333/A Zio Lupo). La prima, più famosa e di stampo letterario; la seconda dialettale e di diffusione locale (in particolare nordest italiano). I parallellismi, gli intrecci, le differenze messe in luce, daranno una visuale ampia su esperienze letterarie lontane eppure ancestralemente vicine. Un particolare occhio di riguardo nei confronti dei motivi tipici della fiaba di paura ed della predilezione di orchi e lupi per la carne delle loro vittime.

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Capitolo quarto. Radici storiche dei racconti di fate. Elementi folklorici nelle fiabe del nostro corpus. Questo capitolo consterà di due parti, l’una che approfondisce le radici antropologiche della fiaba in esame, l’altra che si sofferma brevemente sui contesti socioculturali di fruizione e ricezione dei materiali popolari. 4.1 Prima parte: Le radici antropologiche delle fiabe Proseguendo con l’analisi delle nostre fiabe è giunto il tempo di precisarne un aspetto particolare: il momento antropofagico. Tutti i racconti di cui ci siamo occupati contengono infatti questo motivo, anche se in forme diverse. Nel Tipo B, il lupo mangia Cappuccetto Rosso e la nonna, che poi escono dal suo ventre intere e vive. Nel Tipo A, invece, “Zio Lupo” mangia le protagoniste-bambine in maniera irrimediabile, non v’è possibilità di ritorno alla vita per loro, in quanto quella che subiscono è una punizione definitiva (F2, F3, F4, F5); semmai, riescono ad evitare di farsi mangiare in un caso (F1), e comunque certamente non vengono prima divorate per poi essere “liberate” dal ventre dell’orco. In F6, abbiamo una sequenza estremamente truculenta rispetto alle altre fiabe del corpus: qui, infatti, la mamma delle bambine viene non solo uccisa, ma “squartata” e poi alcune sue parti riutilizzate dal lupo per farne un saliscendi (con i nervi), una focaccia (con la carne) e del vino (con il sangue). Poi, la bambina stessa mangia un po’ della focaccia fatta con la carne della madre e beve del vino, quindi del sangue della madre. C’è da specificare che l’idea iniziale di questa tesi partiva dal tentativo di trovare una spiegazione alle fiabe di paura. Non riuscivamo a capire perchè, per spaventare il lettore/ascoltatore, si utilizzasse, in queste fiabe, il motivo cannibalesco. Effettivamente, abbiamo consultato materiale di ambito psico pedagogico e antropologico e non abbiamo ottenuto una risposta che risolvesse in modo univoco i nostri dubbi. Sono state perciò interessanti ma quasi inutili ai nostri fini letture come Il cannibalismo (Volhard 1949) o Il mito del cannibale (Arens 1980) e anche Piero Camporesi non ci è stato di aiuto (Camporesi 1988).

Laurea liv.II (specialistica)

Facoltà: Lettere

Autore: Laura Silvestrini Contatta »

Composta da 130 pagine.

 

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Disponibile in PDF, la consultazione è esclusivamente in formato digitale.