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Vecchiaia e malattia

Informazioni tesi

  Autore: Alessandro Lasagni
  Tipo: Tesi di Laurea
  Anno: 1998-99
  Università: Università degli Studi di Urbino
  Facoltà: Scienze della Formazione
  Corso: Psicologia
  Relatore: Carlo Cristini
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 162

Si è posto come punto di riferimento della tesi l'associazione puramente arbitraria, il pregiudizio, che lega in un rapporto di carattere biunivoco la vecchiaia e la malattia. Da sempre si ritiene che il vecchio debba essere malato solamente a causa del suo stato di anzianità, del trovarsi,
insomma, in quella fase dell'esistenza umana che è considerata a chiusura dell'arco della vita di un individuo. Terenzio diceva ''senectus ipsa morbus est''. Questa concezione perdura ormai da secoli, nel corso dei quali le diverse culture e società hanno quasi sempre relegato il vecchio in posizioni subalterne. L'eccezione era rappresentata da quelle culture che, per scarsità di conoscenze mediche che spiegassero
l'invecchiamento, o per oggettiva riverenza nei confronti della persona anziana, portavano invece grande rispetto per quella persona che, distinguendosi dal resto della comunità, raggiungeva un'età avanzata incutendo inevitabilmente timore sui suoi contemporanei.
Ciò che è sempre sfuggito all'uomo nella sua formulazione dell'idea di vecchio è la particolare predisposizione alle malattie, per una diffusa debolezza che sopraggiunge più o meno intensamente con l'età; nell'individuo anziano si riduce il margine di sicurezza che preserva l'uomo in ogni fase della vita dai cambiamenti, interni ed esterni, che determinano l'insorgere di una o più patologie. Oggi il progressivo miglioramento della qualità della vita, attraverso le continue acquisizioni in campo medico e scientifico, ha determinato un diffuso aumento della popolazione, e soprattutto di quella anziana. Ma non necessariamente l'anziano è malato. Le statistiche dicono che è in progressivo aumento il numero degli anziani sani; risulta evidente come il pregiudizio anziani=malati non abbia più ragione di esistere. Non ha senso continuare come in passato, considerare l'anziano incapace di assolvere compiti utili per la comunità.

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