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Antropologia del corpo scenico

Le tecniche del corpo extraquotidiane danno un forma all’esperienza e rendono trasmissibile e positivo quel pericoloso viaggio nelle profondità dell’essere che è a fondamento del teatro.

La comprensione dell’esperienza coinvolge pensieri, affezioni e volizioni ed è quindi insostenibile una semplice comprensione verbale o “testuale” della performance.

Una comprensione piena passa attraverso i corpi ed è auspicabile una ricerca che leghi la dimensione naturale, i processi fisiologici e neurobiologici in atto nelle manifestazioni culturali come le performance teatrali.

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Premessa Questo lavoro nasce, suo malgrado, da un viaggio, in parte fisico, in parte mentale cominciato al primo anno di corso dell’università, sui banchi delle lezioni del modulo di “Antropologia del teatro”. Quel corso mi segnò, studiare il rituale, la narrazione, la trance del vudu haitiano e scoprire come alcune correnti teatrali tentassero un recupero di questa dimensione rituale, di un contatto con il fondo misterioso dell’uomo, mi affascinava terribilmente. Divorai le dispense, feci miei quei problemi, ero convinto che il teatro potesse diventare il luogo dove ritrovare un senso perduto, dove combattere il nichilismo imperante. Sognavo tutto ciò. Poi andai avanti negli studi, dove questi temi divennero sporadici, li ritrovai a mio modo nel modulo di storia delle religioni sulle arti marziali del sud-est asiatico, studiai estetica, la “nascita della tragedia” di Nietzsche divenne per un po’ il mio Libro. Vinsi la borsa Erasmus, andai a Madrid e mi iscrissi ad una scuola di circo. Studiare queste cose non mi bastava più, mi logorava. Avevo bisogno di viverle sulla mia pelle. Per tre intensi mesi mi allenai quasi tutti i giorni nelle arti circensi, clown, acrobatica, equilibrismo, giocoleria, secondo i dettami del cosiddetto Noveau Cinque, dove alla abilità tecniche si unisce una basica interpretazione teatrale, poi mi fermai. Le mie fragili articolazioni scricchiolarono, continuai solo il corso di pantomima. Infine frequentai un corso di narrazione, e raccontai in un teatro della Complutense di Madrid e in una libreria. Tornai in Italia. Cosa mi rimaneva? Poco. Avevo vissuto bellissime esperienze, tutte brevi e intense, cominciavo a capire l’importanza della tecnica corporea, dell’apprendimento, dell’artigianato del mestiere scenico. Tuttavia ero nel pieno del paradosso, volevo vivere queste forme e al tempo stesso studiarle, tre mesi di aprrendistato mordi-e-fuggi e poi giudicavo con le categorie del pensiero. Capii l’importanza di “donarsi” in un mestiere, che sia l’attore o l’antropologo. Tornato a Roma, mi decisi a frequentare seriamente una scuola di teatro, e scelsi( fui scelto) la Scuola di Mimo corporeo a Napoli, formazione per l’attore secondo una tecnica esigentissima, quella di Decroux. Ad oggi continuo questa esperienza, mi sono ulteriormente sradicato, cambiando città per la terza volta pur di seguirla, e sono appena agli inizi. Perché dunque fare questa tesi? Non è 3

Laurea liv.I

Facoltà: Lettere e Filosofia

Autore: Francesco Martino Contatta »

Composta da 66 pagine.

 

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Disponibile in PDF, la consultazione è esclusivamente in formato digitale.