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"Ti voglio bene...finché il contratto dura" Modelli di interazione e rappresentazioni nel lavoro di cura

Informazioni tesi

  Autore: Maria Stropkovicova
  Tipo: Laurea liv.I
  Anno: 2006-07
  Università: Università degli Studi di Padova
  Facoltà: Scienze Politiche
  Corso: Scienze sociologiche
  Relatore: Salvatore La Mendola
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 80

Il lavoro di cura nell'odierno contesto che lo lega ai processi migratori è lungi dal poter essere considerato solo dalla prospettiva macro. Il lavoro di cura, oltre alla funzione di accudimento, si presenta oggi come un raffronto con altre pratiche e altre concezioni della vita individuali, sociali e culturali, e come tale va studiato anche nell'ottica di sociologia della vita quotidiana. Gli attori - datori di lavoro, lavoratrici e altri - entrano in interazione, creano immagini stereotipiche gli uni sugli altri, formano i propri self nel corso dell'agire. Le "attrici protagoniste" di questa ricerca sono donne straniere. Le seguiamo mentre imparano non solo il ruolo delle colf o delle badanti, ma anche quello delle straniere. Esse devono abituarsi a quella sensazione permanente di non-appartenenza, rafforzata dallo stare e lavorare in famiglia, la quale è tradizionalmente portatrice dei significati di appartenenza. Insieme agli altri attori sviluppano delle strategie di interazione, sia individualmente, sia come membri delle équipes drammaturgiche. La tesi è un risultato di una ricerca empirica che si propone di illustrare alcuni modelli di tali interazioni, seguendo il filo teorico di Erving Goffman.

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7 Introduzione Man mano che scrivevo la tesi, ho riscontrato alcune sorprendenti somiglianze tra il mio tema ed il film Dogville del regista danese Lars von Trier. Dogville è una tranquilla cittadina americana dove non succede mai niente di speciale, finché non appare sulla scena la misteriosa fuggitiva Grace. La comunità non è abituata agli estranei e la vuole fuori, perché nessuno la conosce, nessuno sa chi è Grace e come mai è finita a Dogville. L’unico a cui piace (“intellettualmente”) la rifugiata, è il filosofo locale Tom Edison. Appellandosi al significato morale di “accettazione”, Tom riesce a convincere i concittadini a mettere alla prova la bella Grace ed a darle un’opportunità di conquistare la loro fiducia. Seguendo il consiglio di Tom, Grace bussa alle porte dei diffidenti abitanti di Dogville cercando di proporre loro un aiuto in casa, in giardino o altrove. Mentre inizialmente “nessuno aveva bisogno di niente”, progressivamente le famiglie di Dogville scoprono di poter impiegare Grace nei più svariati compiti. Gli studi sul lavoro di cura, che ho consultato per la presente ricerca, hanno tutti in comune il fatto di sottolineare l’estrema importanza delle collaboratrici familiari straniere nei paesi occidentali. Le politiche sociali indebolite, la presenza delle donne nel lavoro fuori casa e il mutamento nella struttura familiare hanno creato il bisogno del lavoro domestico salariato. Al di là di una vera necessità, il “fenomeno delle badanti1” non sarebbe stato possibile senza un processo di imitazione sociale da parte dei soggetti coinvolti (Mazzacurati 2006, 7). Una delle donne che ho intervistato non è affatto convinta del fatto che a tutte le famiglie dove ha lavorato serviva una badante (Neli dell’Ecuador, si veda capitolo quarto, p. 54). Ma il bisogno, per quanto possa essere costruito, è reale quando è socialmente riconosciuto. Come gli abitanti di Dogville, molte famiglie italiane2 hanno preso coscienza del bisogno imitando la soluzione che hanno adottato i conoscenti o gli amici, e anche rispondendo alla “pubblicità” sulle badanti che hanno dato i media dopo il 2002. Dall’altro lato, le migranti, come Grace – la protagonista del film, hanno scoperto il vuoto nel mercato di lavoro all’estero e, svolgendo il lavoro di cui “prima nessuno aveva bisogno”, hanno poi diffuso tramite passaparola tale conoscenza nei paesi d’origine (si veda il capitolo 2). L’espansione del lavoro domestico e di cura tra i ceti medi negli ultimi decenni è una risposta alle insufficienze delle politiche sociali tramite un processo di innovazione dal basso, attraverso agire informale (Mazzacurati 2006, 7). Anche se negli studi sulla nascita e sulla diffusione del fenomeno vengono menzionati gli aspetti micro, l’attenzione degli scienziati sociali che si occupano del lavoro di cura si orienta soprattutto verso le sue caratteristiche 1 Sembra doveroso precisare che userò il termine “badante”, “colf”, assistente familiare come sinonimi. 2 Oltre alle famiglie che hanno veramente bisogno delle collaboratrici familiari, nella prassi dell’operatrice dei servizi agli immigrati alle Acli mi è spesso capitato di incontrare famiglie che hanno creato artificialmente il bisogno di averne una. Il motivo è stato principalmente quello di aiutare una ragazza o una signora straniera a restare in Italia, vale a dire, aiutarle ad ottenere il permesso di soggiorno per motivi di lavoro, nonostante ella non lavorasse “veramente” per questa famiglia.

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Parole chiave

badante
comunicazione
équipes
goffman
interazione
lavoro di cura
rappresentazioni drammaturgiche
vita quotidiana

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