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Perché gli italiani non investono in borsa? Spiegazioni tradizionali e non della scelta di portafoglio

Informazioni tesi

  Autore: Rossella Galli
  Tipo: Laurea liv.II (specialistica)
  Anno: 2006-07
  Università: Università degli Studi di Roma La Sapienza
  Facoltà: Economia
  Corso: Scienze dell'economia
  Relatore: Enrico Saltari
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 150

L’obiettivo della tesi è quello di dare una ragionevole spiegazione al basso tasso di partecipazione delle famiglie nei mercati azionari. La bassa quota investita in titoli azionari è un fenomeno che accomuna più paesi ed a cui la teoria tradizionale non riesce a dare una valida spiegazione. Infatti seguendo tale teoria basta che vi sia un eccesso di rendimento positivo dei titoli azionari rispetto ai titoli privi di rischi, affinché anche individui avversi al rischio investano una sostanziosa quota della loro ricchezza in titoli rischiosi. L’evidenza empirica non supporta tale risultato. Molti studi mostrano che pur essendo l’eccesso di rendimento osservato mediamente fra il 4 e il 6 per cento, la quota di titoli azionari acquistata è molto modesta. Questa può essere giustificata soltanto considerando un’avversione al rischio estremamente elevata (intorno a 35). Un’avversione al rischio così elevata è però del tutto irragionevole perché comporterebbe ad esempio che un individuo sia disposto a pagare un premio al rischio di 27 euro pur di non partecipare ad una lotteria in cui può vincere o perdere 30 euro con uguale probabilità. Molto più realisticamente l’avversione al rischio si colloca tra 1 e 4. È evidente che ciò fa sorgere un paradosso (puzzle) da risolvere. Possibili cause del fenomeno sono state ricercate negli alti costi di transazione, nella mancanza di conoscenza in materia finanziaria degli individui e nella mancanza di fiducia degli stessi nelle istituzioni. Tali cause però non hanno valenza generale in quanto ogni paese ha delle caratteristiche che lo differenziano da altri. Una spiegazione che ha un fondamento matematico ed una valenza maggiore è fornita dalla teoria dell’avversione al disappunto. Per avversione al disappunto si intende la possibilità che un soggetto provi rammarico per la scelta che egli ha effettuato e per le conseguenze che ne sono derivate. Molto banalmente si potrebbe pensare ad un soggetto che deve decidere se partecipare ad un gioco in cui ha la possibilità di vincere o perdere 10000 euro con equiprobabilità. Se egli accetta di partecipare al gioco e si verificherà l’evento negativo, perde 10000 euro, egli proverà rammarico per la scelta effettuata, ma anche se non dovesse accettare di partecipare al gioco e si verificasse l’evento positivo, aver perso l’occasione di vincere 10000 euro gli genera rammarico. La teoria dell’avversione al disappunto afferma che un soggetto con una modesta avversione al rischio e con una modesta avversione al disappunto, in presenza di un eccesso di rendimento del 5-6 per cento, investirà una quota nel titolo rischioso molto minore rispetto a quella teorizzata dalla teoria tradizionale e cosa interessante tale quota è compatibile con i dati osservati. La presenza di avversione al disappunto riesce a spiegare il fatto che gli investitori acquistino una quota molto minore di titoli rischiosi rispetto a quella ipotizzata dalla teoria tradizionale.

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6 Introduzione L’obiettivo della tesi è quello di dare una ragionevole spiegazione al basso tasso di partecipazione delle famiglie nei mercati azionari. La bassa quota investita in titoli azionari è un fenomeno che accomuna più paesi ed a cui la teoria tradizionale non riesce a dare una valida spiegazione. Infatti seguendo tale teoria basta che vi sia un eccesso di rendimento positivo dei titoli azionari rispetto ai titoli privi di rischi, affinché anche individui avversi al rischio investano una sostanziosa quota della loro ricchezza in titoli rischiosi. L’evidenza empirica non supporta tale risultato. Molti studi mostrano che pur essendo l’eccesso di rendimento osservato mediamente fra il 4 e il 6 per cento, la quota di titoli azionari acquistata è molto modesta. Questa può essere giustificata soltanto considerando un’avversione al rischio estremamente elevata (intorno a 35). Un’avversione al rischio così elevata è però del tutto irragionevole perché comporterebbe ad esempio che un individuo sia disposto a pagare un premio al rischio di 27 euro pur di non partecipare ad una lotteria in cui può vincere o perdere 30 euro con uguale probabilità. Molto più realisticamente l’avversione al rischio si colloca tra 1 e 4. È evidente che ciò fa sorgere un paradosso (puzzle) da risolvere. Possibili cause del fenomeno sono state ricercate negli alti costi di transazione, nella mancanza di conoscenza in materia finanziaria degli individui e nella mancanza di fiducia degli stessi nelle istituzioni. Tali cause però non hanno valenza generale in quanto ogni paese ha delle caratteristiche che lo differenziano da altri. Una spiegazione che ha un fondamento matematico ed una valenza maggiore è fornita dalla teoria dell’avversione al disappunto. Per avversione al disappunto si intende la possibilità che un soggetto provi rammarico per la scelta che egli ha effettuato e per le conseguenze che ne sono derivate. Molto banalmente si potrebbe pensare ad un soggetto che deve decidere se partecipare ad un gioco in cui ha la possibilità di vincere o perdere 10000 euro con

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