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Dall'utero alla croce: figure dell'angoscia nella regia teatrale

Informazioni tesi

  Autore: Stefano Serri
  Tipo: Laurea liv.I
  Anno: 2006-07
  Università: Università degli Studi di Bologna
  Facoltà: Lettere e Filosofia
  Corso: Scienze e tecnologie delle arti figurative, musica, spettacolo e moda
  Relatore: Claudio Longhi
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 56

Abbozzare qualcosa di superfluo: ecco la prospettiva deludente di chi vuole occuparsi dell’angoscia attraverso la scrittura. Nonostante questo fallimento preventivabile, riconducibile non ad una generica incapacità della parola di esprimere la realtà, ma allo statuto stesso dell’oggetto in questione, molti uomini, pensatori e artisti, hanno scelto d’incamminarsi ugualmente lungo il sentiero dell’angoscia servendosi di questo bastone nodoso e tarmato che è la parola scritta .
Perché inseguire l’angoscia ? Chi riceve in viso questa parola rischia di fraintenderla in due diversi modi: storcere il naso davanti ad uno spauracchio plumbeo e pesante, oppure concentrarsi in un’espressione vaga in cerca di pensieri nobili ed alti. In realtà l’angoscia è quotidianità, concretezza corporale, nascita e morte. Vale la pena richiamare il legame etimologico tra l’angustia e l’anguis, il serpente, la bestia che soffoca e stringe: la costrizione della libertà, il senso di strangolamento, l’egemonia del limite che rappresenta l’angoscia sono date apparentemente da una realtà circolare e senza uscita; ma la verità del serpente, la sua vita all’origine, è lineare.
Un passo di Adorno sull’invecchiamento della musica moderna è il monito che mi ha spinto, considerando la condizione post-moderna, a considerare la necessità dell’attraversamento dell’angoscia ed evitarne la rimozione per giustificare il messaggio dell’artista ed il suo ruolo.

Una domanda più che lecita, a partire dall’associazione tra angoscia e teatro che queste pagine propongono: a cosa serve, all’uomo esplorato e visitato e rinnovato dall’angoscia, recarsi a teatro, districarsi tra socialità e frivolezza per raggiungere una poltrona? Anche nella più semplice volgarizzazione delle teorie psicoanalitiche non può sfuggire l’abbondante ricorso a figure, termini, personaggi asportati dal corpo del teatro. Perché le quinte si sono impossessate di questa dimensione dell’uomo regalando un intero vocabolario di termini e nomi per esprimerla?

Aiutateci a non cadere, dicono gli occhi memori del gesto di Edipo, e si trascinano o precipitano verso il visibile successivo, verso il confine ulteriore. La scena può essere il muro che li arresta: attraverso le angosce che fanno spasimare il ventre del teatro, il regista si confronta con il paradigma edipico – madre padre figlio. Seguendo tale triangolazione, nei capitoli successivi proverò ad accennare quali declinazioni possa subire l’operato del regista confrontandosi con ciascuna figura. Il lavoro teatrale dispone dei mezzi per riportare l’uomo alla voce-respiro dell’origine tramite il verbo materno, come in Artaud; oppure il regista si ritrova scisso tra parricidio ed orfanità, all’ombra del comandamento del padre che cristallizza il respiro angosciato in un testo. Infine, il teatro può diventare esposizione del sé, accettando l’angoscia e privandosi dell’opposizione al limite – ed è questo il significato universale di ogni crocefissione, dove un figlio ritrova il padre facendosi uccidere al suo posto, evento anti-edipico per eccellenza.

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3 INTRODUZIONE: DALL’ANGOSCIA ALLA REGIA TEATRALE. 1. ARTE SENZA ANGOSCIA In realtà, l’angoscia non ha substrati misteriosi; è tutta nell’evidenza che fa sentire quando è presente; è rivelata nella sua interezza quando è stato detto: sono angosciato; si potranno scrivere volumi per esprimere ciò che essa non è, la si potrà descrivere nelle sue forme psicologiche più degne di rilievo, la si metterà in rapporto con nozioni metafisiche fondamentali; in tutto questo guazzabuglio non ci sarà niente di più che nelle parole: sono angosciato, e queste parole stesse significano che non c’è nient’altro che l’angoscia. 1 Abbozzare qualcosa di superfluo: ecco la prospettiva deludente di chi vuole occuparsi dell’angoscia attraverso la scrittura. Nonostante questo fallimento preventivabile, riconducibile non ad una generica incapacità della parola di esprimere la realtà, ma allo statuto stesso dell’oggetto in questione, molti uomini, pensatori e artisti, hanno scelto d’incamminarsi ugualmente lungo il sentiero dell’angoscia servendosi di questo bastone nodoso e tarmato che è la parola scritta . Perché inseguire l’angoscia? Chi riceve in viso questa parola rischia di fraintenderla in due diversi modi: storcere il naso davanti ad uno spauracchio plumbeo e pesante, oppure concentrarsi in un’espressione vaga in cerca di pensieri nobili ed alti. In realtà l’angoscia è quotidianità, concretezza corporale, nascita e morte. Vale la pena richiamare il legame etimologico tra l’angustia e l’anguis, il serpente, la bestia che soffoca e stringe: la costrizione della libertà, il senso di strangolamento, l’egemonia del limite che rappresenta l’angoscia sono date apparentemente da una realtà circolare e senza uscita; ma la verità del serpente, la sua vita all’origine, è lineare. Un passo di Adorno sull’invecchiamento della musica moderna è il monito che mi ha spinto, considerando la condizione post-moderna, a considerare la necessità dell’attraversamento dell’angoscia ed evitarne la rimozione per giustificare il messaggio dell’artista ed il suo ruolo.

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