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L'assistenza infermieristica rivolta al paziente ricoverato in spdc

Questa tesi nasce dall’esperienza di lavoro maturata negli anni presso il reparto di diagnosi e cura (SPDC) dell’Ospedale Civile “Agnelli” di Pinerolo. Un’esperienza lavorativa nuova, diversa da quella svolta nei precedenti reparti. Rilevante nel mettersi in discussione, nel ricominciare ad imparare un nuovo tipo di rapporto con l’uomo malato di comunicazione e di contatto con la realtà; quella che a noi sembra unica, vera, tangibile ma che per la persona che si è scontrata con un disturbo mentale, è la sua sola vera, diversa dalla nostra. Una patologia che arreca timore, irriverenza, vergogna e paura nel parlarne, nell’affrontarla adeguatamente. Oscura il più delle volte anche all’operatore che si avvicina ad essa per esigenze professionali di lavoro, o di richiesta personale per capire o tentare di capire; avvicinarsi e toccare solo una briciola di ciò che può accadere nella sofferenza interna del malato di mente, il “disturbato mentale”.
Il sano, il malato, il normale, il matto: dove esiste questo confine, come lo si può sempre stabilire con certezza, dov’è il limite che non si può saltare? Forse laddove il “malato uccide il sano” ed “il sano uccide il malato” ( Giovanni del Poggetto, psichiatra, “possiamo parlare di salute mentale?).
Forse a volte il sano non uccide il malato anche con le parole, lentamente, non accettandolo, non volendolo comprendere, non interessandosi ai suoi bisogni, non diversi dai nostri? La sua strategia comunicativa è indubbiamente diversa dalla nostra abituale: è scorretta, disordinata, violenta ed aggressiva a volte; procura fastidio, paura ed angoscia. Questa realtà matta non è la nostra, non si sente propria.
Sono venuto a scoprire nel tempo l’esistenza di una sensibilità amplificata che si contrapponeva alla mia, resa dura dalle regole imposte, dalla situazione. Questa spiccata sensibilità non porta che angoscia forse nell’affrontare il mondo fuori, quello che dileggia, giudica, propone e condanna senza possibilità a volte d’appello? Un giudizio di condanna a morte pur rimanendo in vita. Come se il ricovero presso una struttura di salute mentale equivalesse per il resto dei giorni a voler segnare come insana la persona assistita. Ho creduto di trovare uomini e donne strani. Ho trovato uomini e donne con i miei identici problemi, persone con le stesse difficoltà nell’affrontare la quotidianità, con mogli, mariti, figli e lavoro. Ho trovato nei loro occhi la disperazione dell’angoscia del ”come fare”, del “piuttosto meglio morire che stare a soffrire”. Una sofferenza silente, interna. Una sofferenza che purtroppo in alcuni casi si è risolta per loro nella peggiore forma per noi, l’unica considerata migliore per loro.

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5 PREMESSA Questa tesi nasce dall’esperienza di lavoro maturata negli anni presso il reparto di diagnosi e cura (SPDC) dell’Ospedale Civile “Agnelli” di Pinerolo. Un’esperienza lavorativa nuova, diversa da quella svolta nei precedenti reparti. Rilevante nel mettersi in discussione, nel ricominciare ad imparare un nuovo tipo di rapporto con l’uomo malato di comunicazione e di contatto con la realtà; quella che a noi sembra unica, vera, tangibile ma che per la persona che si è scontrata con un disturbo mentale, è la sua sola vera, diversa dalla nostra. Una patologia che arreca timore, irriverenza, vergogna e paura nel parlarne, nell’affrontarla adeguatamente. Oscura il più delle volte anche all’operatore che si avvicina ad essa per esigenze professionali di lavoro, o di richiesta personale per capire o tentare di capire; avvicinarsi e toccare solo una briciola di ciò che può accadere nella sofferenza interna del malato di mente, il “disturbato mentale”. Il sano, il malato, il normale, il matto: dove esiste questo confine, come lo si può sempre stabilire con certezza, dov’è il limite che non si può saltare? Forse laddove il “malato uccide il sano” ed “il sano uccide il malato” ( Giovanni del Poggetto, psichiatra, “possiamo parlare di salute mentale?). Forse a volte il sano non uccide il malato anche con le parole, lentamente, non accettandolo, non volendolo comprendere, non interessandosi ai suoi bisogni, non diversi dai nostri? La sua strategia comunicativa è indubbiamente diversa dalla nostra abituale: è scorretta, disordinata, violenta ed aggressiva a volte; procura fastidio, paura ed angoscia. Questa realtà matta non è la nostra, non si sente propria. Sono venuto a scoprire nel tempo l’esistenza di una sensibilità amplificata che si contrapponeva alla mia, resa dura dalle regole imposte, dalla situazione. Questa spiccata sensibilità non porta che angoscia forse nell’affrontare il mondo fuori, quello che dileggia, giudica, propone e condanna senza possibilità a volte d’appello? Un giudizio di condanna a morte pur rimanendo in vita. Come se il

Laurea liv.I

Facoltà: Medicina e Chirurgia

Autore: Pier Luigi Corsino Contatta »

Composta da 122 pagine.

 

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Disponibile in PDF, la consultazione è esclusivamente in formato digitale.