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Limiti dalle Corti e minacce dalle Host Countries: costrizioni dall’alto e dal basso per le corporations e le loro attività inweak governance zones.

“The flip side of foreign direct investment.”

A partire dalla fine degli anni Novanta le multinazionali occidentali sono state esposte in maniera crescente ad una duplice fonte di rischi, rispettivamente provenienti dai Paesi in via di sviluppo nei quali operano e dai Paesi nei quali esse hanno i propri headquarters.
Infatti, da un lato l’emergere di tensioni sociali dovute alle modalità di conduzione delle operazioni hanno causato in un numero rilevante di casi danni cospicui agli assets e agli interessi delle imprese, dall’altro il coinvolgimento in processi giudiziari di fronte alle Corti dei Paesi di provenienza hanno sensibilmente incrementato il legal risk ed il danno reputazionale ad esso connesso.
Partendo da queste considerazioni, il presente elaborato si propone di indagare tanto gli effettivi connotati dei suddetti fenomeni, quanto il loro impatto sia potenziale sia effettivo sulle scelte e le decisioni organizzative delle multinazionali.
La domanda precipua cui si tenta di fornire una risposta è, dunque, la seguente: quanto le condotte delle imprese possono essere influenzate dai vincoli – di natura relazionale e legale – derivanti dai due poli geografici d’azione (Stato di provenienza- Host Countries)?
Siamo persuasi che esistano incentivi economici tali da indurre le imprese a tenere in considerazione entrambi questi aspetti.
In virtù di ciò, la seconda parte della trattazione verte sull’analisi di quale p sistema di gestione dei diritti umani fornisca un meccanismo efficace a soddisfare queste esigenze di tutela.
La conclusione della riflessione condotta induce a sostenere che le imprese abbiano un interesse economico diretto ad implementare un simile sistema di management e ad inserire considerazioni legate ai diritti umani nel loro modo di concepire le relazioni economiche con i governi delle Host Countries.

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4 INTRODUZIONE “Il Delta del Niger comprende nove Stati nigeriani, 185 amministrazioni locali ed una popolazione di 27 milioni di abitanti. Conta quaranta gruppi etnici, che parlano 250 dialetti disseminati in seimila comunità e copre un’area di settantamila chilometri quadrati. E’ una delle zone a più alta densità abitativa del mondo, con una crescita annuale del 3 per cento. Circa 1.500 di queste comunità sono coinvolte nelle attività delle compagnie petrolifere. Migliaia di chilometri di oleodotti attraversano le insenature coperte di mangrovie, interrotte di tanto in tanto da un’esplosione di gas che manda rombanti fiamme arancione nell’aria rovente ed umida. Moderne strutture con aria condizionata, protette da recinzioni di filo spinato e guardie armate, sorgono accanto a primitivi villaggi di pescatori. Sono gli ingredienti tipici di un disastro.” 1 In un noto racconto dello scrittore di fantascienza Isaac Asimov, intitolato “L’ultima domanda”, persino il calcolatore elettronico creato dagli umani per rispondere a qualunque interrogativo possa essere formulato, di fronte al quesito se esista un modo per invertire l’entropia verso cui tende l’universo mostra la propria fallibilità e non riesce a trovare una soluzione. Che la crescente complessità ed interdipendenza tra realtà geograficamente e culturalmente remote siano state il dato saliente degli ultimi decenni della storia mondiale è una constatazione difficilmente confutabile. E forse ancora più pacifico è rintracciare la causa di tale fenomeno nel processo di globalizzazione che, sin almeno dagli anni Settanta, ha caratterizzato in maniera sempre più pervasiva il nostro intero orizzonte di riferimento; in primo luogo attraverso la trasformazione, per usare le parole di Cerny, dell’economia internazionale da “one made up of national economies interacting on the basis of national comparative advantage, into one in which a variety of competitive advantages are created in ways which are not dependent on the State as a social, economic and/or political unit” 2 . All’interno di questo scenario, come prodotto ed allo stesso tempo catalizzatore del suddetto processo, un soggetto ha acquisito primaria importanza: l’impresa multinazionale. Tale centralità pare essere confermata da dati tanto quantitativi che qualitativi: il numero delle multinazionali è cresciuto da 7.000 nel 1970 a 60.000 con più di 500.000 affiliate nel 1998 3 , il 50% delle economie più importanti del mondo è costituito da multinazionali i cui ricavi sono spesso superiori al P.I.L. di intere nazioni 4 e la complessità delle reti da esse 1 GHAZVINIAN J. (2007), “La guerra del Delta”, Internazionale, n. 681, pp. 32-38 2 CERNY P. (1996), “Globalisation and other stories: the search for a new paradigm of international relations” International Journal, Vol. LI (4), pp.617-626 3 UNCTAD (1999), World Investment Report 1999, United Nations Publications, New York 4 SCHWARTZ HERMAN M. (1994), States versus markets: history, geography and the development of the international political economy, St. Martin’s Press, New York

Laurea liv.I

Facoltà: Scienze Politiche

Autore: Antonella Angelini Contatta »

Composta da 81 pagine.

 

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Disponibile in PDF, la consultazione è esclusivamente in formato digitale.