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Vincoli e opportunità nel Parco di Paneveggio-Pale di San Martino

Il Parco di Paneveggio-Pale di San Martino rappresenta un caso speciale nella protezione della natura in Italia, sia per il momento storico in cui è sorto, che lo rende un precursore nel processo di istituzione dei parchi regionali, sia per il grado di autonomia goduto dalla Provincia di Trento.
L’approccio alla pianificazione si è evoluto notevolmente. Consolidate le due ragioni storiche (protezione dell’ambiente e fruizione per le generazioni attuali e future), negli ultimi decenni si è andato affermando un nuovo ruolo per l’area protetta: quello dello sviluppo socioeconomico della popolazione.
Anche nel parco in esame si è giunti ad un concetto di area protetta con fini plurimi ed è stato necessario capire quali fossero le condizioni sociali del Trentino e delle aree del Parco, a che punto si collocasse lo stato della pianificazione paesaggistico-ambientale e come si fosse evoluta la cultura della protezione ambientale in Trentino.
Inizialmente i parchi trentini erano quasi solamente dei confini tracciati sulle mappe del Piano Urbanistico, che dettava norme sommarie, e la pianificazione era pressoché inesistente. Nel Parco di Paneveggio-Pale di San Martino, grazie all’estesa presenza di aree demaniali, ci fu già una certa gestione da parte del Servizio Parchi e Foreste Demaniali della Provincia, tuttavia mancava un organo di gestione che attuasse una specifica pianificazione per tutto il territorio del parco.
Fu la legge provinciale 18/1988 a dotare finalmente i parchi di enti di gestione. L’attuazione della legge non fu breve, né facile: pur avendo come obiettivo prioritario la tutela ambientale, non si potè evitare la mediazione tra le diverse categorie coinvolte. Da qui l’importanza di un organo squisitamente politico, nel quale, al fianco di tecnici esperti, vi fosse una congrua rappresentanza delle associazioni e delle amministrazioni locali. A tale proposito è interessante l’analisi del Piano del Parco e soprattutto del dibattito, a volte costruttivo, altre inconcludente, che ha preceduto la sua approvazione nel 1996.
Un'altra parte importante di questo lavoro è costituita dall’analisi delle principali attività economiche che gravitano sull’area del Parco. Sono stati considerati non solo i settori più rilevanti sotto il profilo reddituale ed occupazionale, ma anche quelli importanti per la ricaduta sulla percezione che la popolazione ha nei confronti delle politiche del Parco. Pertanto, oltre ad un settore trainante quale quello turistico, vengono analizzate le attività silvo-pastorali, fra le quali anche quelle connesse all’uso del bosco, come la caccia, la pesca e la raccolta dei funghi.
Alla luce dello stato della pianificazione e della situazione economica, il lavoro si conclude con l’esplicitazione degli obiettivi che l’Ente Parco si pone nel lungo e medio periodo, evidenziando il ruolo positivo sin qui svolto nella gestione dell’area protetta, ma anche come l’attuazione di certi strumenti di gestione debba essere perfezionata o si trovi ancora in una fase di rodaggio.

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Capitolo 4. Le attività economiche nel Parco di Paneveggio-Pale di San Martino 4.1. Il turismo Nella prima parte di questo lavoro si definiva il Trentino come una “provincia a vocazione ambientale”; ora potremmo guardarlo sotto un diverso punto di vista ed evidenziare la sua “vocazione turistica”. E’ un accostamento ovvio quello tra le due inclinazioni, dato che il paesaggio naturale costituisce una delle esigenze fondamentali della domanda di turismo. Tuttavia il binomio natura-turismo si può tradurre in due diverse tendenze. L’ambiente può essere posto al servizio del turismo e rappresentare semplicemente una “materia prima” da sfruttare, sacrificandone così l’integrità a scapito delle generazioni future; oppure il turismo può costituire un’opportunità per l’ambiente, che viene considerato una risorsa da conservare e valorizzare in quanto rappresenta non solo una ricchezza attuale, ma anche una potenzialità di sviluppo futuro. La prima visione è figlia della cultura del “mordi e fuggi”, legata soprattutto al turismo invernale ed ha comportato la costruzione di impianti di risalita sempre più veloci, capienti e a quote sempre più elevate e l’edificazione di alberghi e case per ferie a loro volta sempre più a ridosso degli impianti. Il Trentino non è certo stato esente da questa politica, dato che, a partire dagli anni Sessanta, si sono attuate forme intensive di uso turistico dei luoghi più dotati di risorse ambientali e “la logica economica della concentrazione e della specializzazione ha prodotto fenomeni di degrado e di congestione delle aree privilegiate, in particolare Madonna di Campiglio e la Valle di Fassa, dove la concentrazione di residenze, impianti sciistici e attrezzature ha raggiunto la soglia della crisi ambientale” . Si pensi anche ad altri esempi di grandi strutture edilizie, palesemente fuori scala e in contrasto con i grandi scenari naturali, come quelle realizzate al Passo del Tonale e a Marilleva. Questa tendenza è ormai tramontata, ma la realizzazione di opere spettacolari e grandiose rappresenta ancora spesso un’allettante tentazione per le amministrazioni locali (è di un anno fa, ad esempio, la proposta, rimasta per ora tale, di una gigantesca funivia che colleghi Andalo al Passo del Grostè, nel gruppo del Brenta ). La seconda visione si afferma in Trentino verso la fine degli anni Ottanta, a partire

Tesi di Laurea

Facoltà: Economia

Autore: Matteo Predicatori Contatta »

Composta da 218 pagine.

 

Questa tesi ha raggiunto 1453 click dal 20/03/2004.

Disponibile in PDF, la consultazione è esclusivamente in formato digitale.