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Carmelo Bene dal teatro al cinema

“Non c’è set che mi comprenda”: questa, in sintesi, è la risposta che qualche tempo fa, Carmelo Bene diede a chi gli chiedeva, ancora una volta, le ragioni dell’improvviso (e definitivo) interrompersi del suo cinema, racchiuso in poco più di cinque anni (tra il 1968 e il 1972) e in cinque lungometraggi, di forte impatto, apparsi e subitaneamente scomparsi nel panorama italiano.
Ed è proprio da qui, da questa impossibilità di essere contenuto in una qualsiasi scena, che conviene partire, nell'intento di rileggere e ripensare il cinema di Carmelo Bene, ripensare al suo cinema a partire dal vuoto che esso ha lasciato dal momento della sua interruzione, lasciandoci, certo, opere cinematografiche di una intensità unica ma anche, e forse soprattutto, la nostalgia per l’audacia solitaria di un film come Nostra Signora dei Turchi (1968), quasi impensabile come film degli anni Sessanta tanto era forte la sua carica eversiva di immagini davvero mai viste (e mai più viste, da allora, in trenta anni di cinema italiano).
Un cinema, quello di Carmelo Bene, che fin dall’inizio sembra essere permeato dalla possibilità (e, forse, dall’inevitabilità) della sua stessa sparizione, che accetta l’eventualità dell’eliminazione di sé, del proprio corpo, ovvero della cancellazione di immagini che, alla fine, appaiono quasi senza significato.
Il nostro lavoro si propone dunque di illustrare il percorso che porta Carmelo Bene ad attraversare il cinema (e la televisione) partendo (per poi tornarvi) dal suo teatro: il primo capitolo analizza le origini e le prime esperienze di Carmelo Bene riguardanti la genesi del suo “teatro senza spettacolo”, inserendole nel contesto storico – politico dell’epoca e ritrovandovi i germi di quello che sarà poi il suo cinema; il secondo e centrale capitolo è dedicato interamente ai film e ai cortometraggi di Bene, con una particolare attenzione rivolta alla ricezione da parte della critica specializzata; il terzo capitolo è infine uno sguardo sintetico all’attività televisiva del regista condotto attraverso la considerazione delle sue opere più rappresentative.
Bene ci presenta la visione di una versificazione che si trasforma in impulso vocale, che precipita nel corpo dell’attore il quale si muta esso stesso in una composizione poetica: di fronte alla prevalenza dell’immagine (il cinema, la televisione) Carmelo Bene ci fa partecipi del (suo) teatro come non – luogo dove è proprio lo spettacolo a mancare, dove si invoca l’ascolto come unica testimonianza di una scena ormai vuota.

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Introduzione UN AMLETO DI TROPPO NEL NON - LUOGO DEL CINEMA “Datemi dunque un corpo”: è la formula del capovolgimento filosofico. Il corpo non è più l’ostacolo che separa il pensiero da se stesso, ciò che il pensiero deve superare per arrivare a pensare. Al contrario è ciò in cui affonda o deve affondare, per raggiungere l’impensato, cioè la vita. (Gilles Deleuze, Cinema 2. L’immagine-tempo) ...Sarà tra poco. L’intervallo è mio. E la vita di un uomo non è che il tempo di dire “uno”... ...V’è una speciale provvidenza nella caduta d’un passero. Se è ora, non è a venire; se è a venire, non sarà ora; se non è ora, pure sarà. Star pronti è tutto, ché se nessuno sa quello che lascia, cosa importa lasciar prima del tempo? Lascia andare. (William Shakespeare, Amleto) «Non c’è set che mi comprenda»: questa, in sintesi, è la risposta che, qualche tempo fa, Carmelo Bene diede a chi gli chiedeva, ancora una volta, le ragioni dell’improvviso (e definitivo) interrompersi del suo cinema, racchiuso in poco più di cinque anni (tra il 1968 e il 1972) e in

Tesi di Laurea

Facoltà: Lettere e Filosofia

Autore: Valentino Faticanti Contatta »

Composta da 146 pagine.

 

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Disponibile in PDF, la consultazione è esclusivamente in formato digitale.