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La raccolta monetaria delle banche. Politiche di prezzo e di prodotto.

Ad interrompere il sostanziale “monopolio” delle banche nel risparmio furono, negli anni ‘70 e ‘80, interventi di politica monetaria e fiscale che favorivano l’afflusso di risorse finanziarie ai titoli di Stato e ponevano vincoli al libero impiego delle disponibilità bancarie. Se al tentativo di far fronte alla disintermediazione si deve la nascita del certificato di deposito, la politica di raccolta dovette a lungo privilegiare quelle componenti meno colpite dai provvedimenti, non potendo realizzare una composizione del passivo coerente con le migliori indicazioni gestionali.
Gli operatori non bancari hanno avuto uno sviluppo bancocentrico. Inoltre, mentre negli USA le società non bancarie furono capaci di offrire servizi alternativi al conto corrente (c/c), da noi l’unico parallelo possibile era quello con il corrispondente postale. Solo il confronto con le quote di mercato detenute dagli emittenti di carte di credito e dalle società di credito al consumo si pone seriamente in termini di competizione concorrenziale. Scarsa poi la concorrenza interna al sistema bancario: solo le norme in materia di trasparenza delle condizioni praticate contenute nel TU del ‘93 fecero cessare le pratiche di discriminazione per territorio e per clienti operate anche tra filiali di uno stesso istituto.
Gli investitori istituzionali hanno rappresentato tuttavia un fattore di crescita della struttura finanziaria. Un accresciuto livello di cultura e consapevolezza delle scelte ha portato le famiglie a favorire la componente di risparmio che sottintende un’ottica di lungo periodo e/o dai rendimenti più incerti. È pertanto il c/c a rispondere alle loro esigenze monetarie, sino a divenire uno strumento indispensabile e apprezzato quasi unicamente per il suo contenuto di servizi.
Le banche hanno dovuto abbandonare l’obiettivo della massimizzazione della raccolta per perseguire quello della stabilizzazione, operando una più netta distinzione tra i depositi-risparmio e i depositi-moneta e prestando maggiori attenzioni alle esigenze della clientela. Ne scaturisce la realizzazione di prodotti pensati per specifici segmenti della stessa (c/c a target) o volti ad esaltare aspetti particolari del rapporto (c/c speciali), sino ad arrivare a linee di c/c che mirano alla multifunzionalità e completezza del pacchetto in cui vengono offerti. Divengono comuni anche alle banche politiche di offerta non-price competition o relationship pricing, che hanno lo scopo di spostare l’attenzione del cliente sul contenuto del prodotto-servizio e rendere secondaria l’importanza delle condizioni economiche. Si assiste ad un cambiamento epocale nel modo d’intendere il c/c, che si trasforma da “prodotto remunerato” a “prodotto venduto” e si presta alla realizzazione di politiche capaci di attrarre nuovi clienti così come all’instaurazione di relazioni esclusive ed economicamente più vantaggiose: il cliente è disposto a “pagare” un prezzo maggiore se avverte il prodotto come differenziato e disegnato sulle sue esigenze. La competizione concorrenziale si sposta sulla qualità, imponendo alle banche l’applicazione di una contabilità industriale dei costi finalizzata ad un corretto confronto costo-qualità-prezzo. Analogamente, la realizzazione di nuove tipologie di c/c, quali quelli caratterizzati da un meccanismo distributivo a forte connotato tecnologico, non può prescindere da un’analisi costi-profitti-volumi che sia in grado di rilevare ex-ante la bontà o meno del progetto.

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3 CAPITOLO 1 EVOLUZIONE DEL CONTESTO OPERATIVO DELLA BANCA NELLA POLITICA DELLA RACCOLTA 1.1 FATTORI DI CAMBIAMENTO DELLE POLITICHE DI RACCOLTA NEGLI ANNI SETTANTA E OTTANTA Le imprese che agiscono all’interno del comparto del risparmio e del credito assumono, a ben vedere, connotazioni molto particolari. Basti pensare che mentre nel campo della produzione di beni e servizi l’impresa è fortemente vincolata nella tipologia di fonti da acquisire per il processo di lavorazione, nell’ambito bancario essa si trova nella particolare condizione di offrire alternative non solo ai “consumatori-affidati”, ma anche ai “fornitori- risparmiatori”. Rimanendo l’approvvigionamento finanziario della banca in gran parte svincolato dalla volontà della stessa e rimesso a quella dei risparmiatori, sfugge, anche solo a livello logico, l’inquadramento dell’attività bancaria entro lo schema della produzione, propriamente inteso. Quanto detto non vuol significare, si badi bene, che la banca ha un ruolo meramente passivo nel reperimento di fonti presso i risparmiatori; anzi, la storia recente dimostra che essa si è fortemente impegnata nell’indirizzare i risparmi della clientela verso una o l’altra tipologia delle proprie forme di raccolta, impiegando allo scopo una vastità di strumenti. In questo suo tentativo, tuttavia, essa ha dovuto fare i conti, oltreché con le già citate preferenze dei risparmiatori, con un secondo aspetto, non meno importante, che cercheremo ora di analizzare. È noto che ogni impresa, nello svolgimento della sua attività, deve tenere ben presente l’ambiente esterno ed il contesto nel quale è inserita. Questo è tanto più vero quanto più è delicato il settore in cui essa opera e, di conseguenza, quanto più su di essa possono incidere fattori esogeni. Sembra possibile individuare nell’azienda di credito uno dei casi in cui ha maggior peso la precedente considerazione: da sempre la sua operatività ha dovuto rispettare (quando non soggiacervi) regole ed indirizzi posti da governo,

Tesi di Laurea

Facoltà: Scienze economiche e bancarie di Siena

Autore: Nicola Guidotti Contatta »

Composta da 143 pagine.

 

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Disponibile in PDF, la consultazione è esclusivamente in formato digitale.