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Il private equity come motore per la creazione di valore

Il rapporto finale di laurea triennale che ho sviluppato è inerente alla finanza aziendale e tratta ,l’importanza dell’attività di Private Equity per la crescita delle imprese.
Negli ultimi anni il contesto economico internazionale ha registrato notevoli cambiamenti, mettendo in pericolo la funzionalità duratura delle numerose PMI a conduzione familiare presenti nel nostro paese.
In particolare la concorrenza sempre più forte e difficile da controllare, la spinta a crescere dimensionalmente e l’intensificazione dei processi di successione per ricambi generazionali sono situazioni che impongono ingenti costi finanziari che vanno quasi sempre al di là delle disponibilità delle PMI, le quali ricorrendo al credito bancario o al pluriaffidamento si presentano sempre più sottopatrimonializzate e altamente indebitate.
Per tali motivi e necessario indirizzarsi verso nuove fonti di finanziamento ,a nuovi mezzi propri tramite l’attività di PE che rappresenta l’alternativa più idonea per sostenere le strategie espansive di imprese che necessitano di capitali.

Il termine PE viene utilizzato per indicare l’attività d’investimento nel cap di rischio realizzata da intermediari specializzati, come:
• operatori di emanazione bancaria,
• fondi chiusi italiani ,
• finanziarie di partecipazione di emanazione privata
• operatori di emanazione pubblica;
gli investimenti in PE,si differenziano in funzione sia della fase nel ciclo di vita aziendale che l'azienda target attraversa, sia della tecnica di investimento usata.

Naturalmente prima di concludere l’attività d’investimento, l’operatore dovrà effettuare un importante processo chiamato due diligence ,cioè valuterà la potenzialità dell’azienda target di crescere, per poi passare all’apporto di un fondo nel cap dell’azienda , sotto forma di
• acquisto di quote ,
• sottoscrizione di cap
• erogazione di prestiti,
oltre ai mezzi finanziari l’investitore offre competenze professionali, tecnico manageriali capaci di riorganizzare i processi interni ,ridefinire le strategie e ottimizzare la situazione finanziaria .

L’investitore nel capitale di rischio rappresenta un socio temporaneo dell’imprenditore il quale si accolla parte del rischio,e gestisce il fondo fino a quando lui stesso, una volta raggiunti gli obbiettivi stabiliti, deciderà di disinvestire,uscendo dal capitale dell’impresa, realizzando una plusvalenza dalla vendita della sua partecipazione azionaria.
Il canale più ambito è la quotazione in borsa dei titoli della società, che permette all’investitore di cedere con profitto il proprio pacchetto di azioni e all’imprenditore di mantenete il controllo dell società.

Osservando i dati Aifi si è registrato che le imprese che sono state partecipate hanno accresciuto in un anno vendite profitti lordi esportazioni del 30%, circa.

Fra i tanti protagonisti che hanno adottato questa attività c’è il caso dell’azienda Mirato Spa, fondata nel 1962 a Novara da 3 soci Torre Mitino e Ravanelli, oggi leader nel mercato italiano di prodotti per l’igiene personale come malizia ,intesa ,splend’or ,clinians…
negli anni 90, uno dei 3 soci decise di lascire la società e Torre e Ravanelli rimasero a capo ,con il 50 e 50 del capitale .
Purtroppo quando Torre venne a mancare ,Ravanelli fu l’unico a capo dell’azienda Mirato a cui apparteneva il 50 % del capitale si trovò senza mezzi finanziari per poter acquisire l’altra metà .
Così decise nel 96 di aprire il capitale al PE facendo entrare in società il colosso anglosassone 3i, che in soli 3 anni fece alzare il fatturato della società del 75%.

La 3i ,inizialmente ha costituito una nuova società Intesa Spa con parte delle azioni Mirato in mano a Ravanelli e poi la grazie alle competenze manageriali degli operatori hanno ottenuto l’aumento di capitale, con un prestito obbligazionario convertibile e con un finanziamento erogato da mediocredito.
Il prestito venne convertito in azioni Mirato realizzando la fusione per annullamento con Intesa e nel 99 la 3i cedette la sua quota portando la società in borsa e lasciando Ravanelli al controllo della società.

Un ‘esperienza che dovrebbe escludere l’incomprensione di fondo che tende ad alimentare una visione negativa dell’attività di PE, soprattutto da parte delle imprese familiari in Italia che la definiscono come strumento di distruzione con l’unico scopo di creare un flusso costante di cash flow per i pochi e privilegiati operatori del settore

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4 1 INTRODUZIONE Il mercato italiano dell’investimento in capitale di rischio ha raggiunto in questi ultimi anni livelli di sviluppo propri dei contesti finanziari più evoluti sia in termini quantitativi, che qualitativi. Sempre più spesso si parla di Private Equity come di nuova forma di capitalismo che, come tale, sta contribuendo a modificare le caratteristiche dei sistemi economici. Nel corso degli ultimi 10 anni il Private Equity è stato protagonista di uno sviluppo a livello nazionale capace di influire direttamente sull’economia, accelerandone alcuni processi. In Italia il mercato del Private Equity si sta sviluppando velocemente anche grazie alle numerose possibilità di deal presenti sul territorio, infatti, il nostro paese è costituito da piccole e medie imprese con notevoli possibilità di crescita non ancora sfruttate. In parallelo a questo sviluppo, il Private Equity è stato protagonista anche nell’ambito del più generale mercato del Merger & Acquisition che ha registrato tassi di crescita record anche all’interno del mercato borsistico, con particolare riferimento alle nuove quotazioni di imprese industriali o di società attive nel comparto dei servizi. Purtroppo però, esiste un’incomprensione di fondo che tende ad alimentare una visione più negativa, definendo il mondo del Private Equity quale: “strumento di distruzione di società” con l’unico scopo di creare un flusso costante di cash flow

Laurea liv.I

Facoltà: Economia

Autore: Martina Mogliani Contatta »

Composta da 53 pagine.

 

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Disponibile in PDF, la consultazione è esclusivamente in formato digitale.