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Uno studio sul canto XXII dell'Inferno

Informazioni tesi

  Autore: Enrico Piciarelli
  Tipo: Laurea liv.I
  Anno: 2007-08
  Università: Università degli Studi Roma Tre
  Facoltà: Lettere e Filosofia
  Corso: Lettere
  Relatore: Paolo D'Achille
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 96

La tesi offre uno studio linguistico del canto XXII dell'Inferno allo scopo di rintracciare quegli elementi propri del plurilinguismo dantesco. L'analisi prende le mosse da una breve disamina degli elementi caratteristici del plurilinguismo all'interno della "Commedia" e delle basi teoriche dello stesso nell'opera dantesca, per poi operare una scansione parola per parola del canto in esame sul modello degli "Appunti di linguistica storica" di Serianni. Il testo del canto è quello dell'edizione di Petrocchi, ma vengono considerate anche le varianti accettate da Lanza e Sanguineti. Infine, l'ultimo capitolo è dedicato alla raccolta ed al commento dei dati linguistici emersi.

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1 1. Il plurilinguismo in Dante 1.1 Introduzione Con il termine plurilinguismo s’intende, in linguistica, la compresenza di più lingue o registri linguistici in una stessa area. La definizione è però altrettanto calzante per quei testi letterari che si avvalgono, da un punto di vista sia strutturale che prettamente espressivo, della commistione di forme linguistiche riconducibili tanto a idiomi differenti quanto a variazioni diastratiche, diatopiche e diacroniche della stessa lingua. E’ opinione comune considerare il Dante della Commedia quale campione e primo interprete del plurilinguismo 1 (e del pluristilismo, sebbene si possa affermare, come vedremo più avanti, che per il Nostro stile e lingua coincidano) 2 , il che sottintende l’esistenza di una non trascurabile tradizione precedente a cui lo stesso Dante aveva avuto accesso: si pensi, solo per restare in contesto italiano, ai contrasti di Cielo d’Alcamo e di Rimbaut de Vaqueiras, entrambi inscrivibili a quel filone che Contini ha felicemente definito dell’“espressionismo letterario” 3 . D’altro canto la stessa frammentazione linguistica a cui era stata sottoposta l’Europa tra il III ed il IV sec. d.C., dopo la caduta dell’Impero Romano, aveva incoraggiato, con un ritardo di qualche secolo e grazie all’emergere delle letterature volgari, soluzioni di questo tipo, soprattutto se calate in contesti di marcato realismo letterario. Vero è, però, che per lungo tempo – e fino all’epoca in cui Dante si trovò a riflettere su questi problemi – anche gli scrittori volgari si erano trovati “bloccati sia dalla dialettica ‘verticale’ tra latino e volgare (ovvero tra una lingua ‘artificiale’ e una ‘naturale’) sia dall’opposizione ‘orizzontale’ tra le diverse ramificazioni romanze dell’ydioma tripharium: la lingua dell’oc, dell’oil e del sì” 4 , assieme all’ulteriore distinzione operabile considerando la crescente importanza che stavano assumendo, a livello diatopico e diafasico, i singoli volgari municipali nei quali in particolar modo la lingua del sì era frammentata. Questo senza considerare che le fondamenta di tutta la letteratura plurilinguistica del medioevo poggiavano su una concezione gerarchica della frammentazione linguistica, per la quale ogni lingua aveva una sua propria dignità, giudicata superiore o inferiore a quella delle altre in base a valutazioni di volta in volta di 1 Beccaria 1994. 2 Pagliaro 1966, pp. 561-562. 3 Contini 1988. 4 Baranski 1996, p.46, a cui si rimanda; cfr. inoltre il § 4 del presente capitolo.

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