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USA e URSS: Storia e Politica Internazionale. Dall'elezione di Reagan al Trattato di Washington (1980-1987).

La storiografia della guerra fredda si è a lungo caratterizzata per il suo unilateralismo. Americanocentrica nelle attenzioni e nelle prospettive d’osservazione, essa ha privilegiato per molto tempo l’analisi quasi esclusiva dell’attore principale del sistema internazionale postbellico, gli Stati Uniti. I comportamenti degli altri soggetti, inclusa l’Unione Sovietica, sono spesso stati analizzati e interpretati in una chiave derivata: come reattivi e conseguenti alle iniziative e alle scelte statunitensi. Per quanto originali e innovative, le analisi di molti revisionisti hanno riprodotto limiti e difetti dell’unilateralismo storiografico tradizionale: un’attenzione insufficiente è stata assegnata ai condizionamenti sistemici, alle azioni degli altri soggetti - statuali e non - e a come questi abbiano finito per limitare l’autonomia e l’indipendenza degli stessi Stati Uniti . Ma questo unilateralismo non è conseguito solo ad una scelta di metodo e di merito. Ad esso ha contribuito in modo determinante una situazione archivistica squilibrata e asimmetrica, che rendeva (e talora continua a rendere) necessario l’utilizzo di fonti quasi esclusivamente statunitensi, anche in studi di Storia delle Relazioni internazionali aventi per oggetti temi e problemi dei quali gli USA costituivano solo uno dei tanti protagonisti. Negli ultimi anni però, la storiografia della guerra fredda ha ritenuto opportuno accogliere gli inviti ad abbandonare un certo provincialismo storiografico e a intraprendere ricerche multiarchivistiche (e multilaterali) con accesso a fonti primarie non esclusivamente statunitensi . La nuova stagione storiografica ha stimolato inoltre uno sforzo di diffusione e pubblicizzazione attraverso il web di fonti archivistiche inedite.
L’obiettivo della tesi è quello d’introdursi in questa nuova fase di ricerca per analizzare in modo approfondito e sistematico, sotto una nuova luce, alcuni aspetti della storia e delle relazioni tra gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica, prendendo in esame il periodo che va dall’elezione del Presidente americano, Ronald Reagan (1980), fino al Trattato INF (euromissili) di Washington (1987). Oltre gli importanti riferimenti bibliografici cosiddetti “classici” che caratterizzano l’aspetto storico-politico della relazione bipolare durante la guerra fredda, la vera novità consiste nell’analisi dettagliata di alcuni documenti e lettere (on-line), tempo addietro ritenuti segreti mentre oggi declassificati grazie all’imponente lavoro degli studiosi - storici e giornalisti - del National Security Archive (NSA) della George Washington University . La sua vasta raccolta di documenti pubblicati copre gran parte degli argomenti di questo lavoro, sicuramente interessante è il paragrafo dedicato al rapporto epistolare tra Reagan e Gorbaciov che preannuncia alcuni aspetti in ordine a questioni di primaria importanza come: le armi strategiche, lo «scudo spaziale», gli INF e le crisi regionali, materie che costituiranno l’oggetto dei tre Summit successivi, anch’essi ampiamente documentati con le fonti della Fondazione di Margaret Thatcher che ospita sul sito web disparati documenti ufficiali provenienti dalla biblioteca presidenziale di Reagan. Quest’ultimi hanno reso possibile realizzare l’analisi comparativa e in alcuni casi integrato, le fonti dell’NSA. Tutto ciò non esaurisce l’aspetto documentale on-line ai fini della ricerca, in quanto, contributi importanti derivano da altri progetti altrettanto noti, come il Cold War International History Project (Cwihp), presso il Woodrow Wilson Center di Washington creato nel 1991 per la traduzione e diffusione di documenti provenienti dall’archivio dell’ex blocco sovietico e per la rilevanza dei suoi working papers, un sito considerato come punto di riferimento per tutti gli studiosi che si occupano di guerra fredda. Fondamentale per la stesura del capitolo “Contro l’impero del male”, dove vengono analizzati episodi che vedono coinvolti i servizi d’intelligence delle due superpotenze, è stato ricorrere alla notevole attività di ricerca promossa dal Parallel History Project on Nato and the Warsaw pact (Php) con base a Zurigo e ad alcuni testi monografici depositati negli archivi della CIA.
Si è ritenuto opportuno concludere la tesi col Trattato di Washington per via della forte convinzione derivata dall’eccellente libro “Il secolo breve” dove lo storico E. J. Hobsbawm afferma fra l’altro che: «La Guerra fredda finì quando una o tutte e due le superpotenze riconobbero la sinistra assurdità della corsa alle armi nucleari e quando una o entrambe accettarono di credere nel sincero desiderio dell’altra di porvi fine». A fini pratici la Guerra fredda finì con i due vertici di Reykjavik (1986) e di Washington (1987) .

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INTRODUZIONE La storiografia della guerra fredda si è a lungo caratterizzata per il suo unilateralismo. Americanocentrica nelle attenzioni e nelle prospettive d’osservazione, essa ha privilegiato per molto tempo l’analisi quasi esclusiva dell’attore principale del sistema internazionale postbellico, gli Stati Uniti. I comportamenti degli altri soggetti, inclusa l’Unione Sovietica, sono spesso stati analizzati e interpretati in una chiave derivata: come reattivi e conseguenti alle iniziative e alle scelte statunitensi. Per quanto originali e innovative, le analisi di molti revisionisti hanno riprodotto limiti e difetti dell’unilateralismo storiografico tradizionale: un’attenzione insufficiente è stata assegnata ai condizionamenti sistemici, alle azioni degli altri soggetti - statuali e non - e a come questi abbiano finito per limitare l’autonomia e l’indipendenza degli stessi Stati Uniti 1 . Ma questo unilateralismo non è conseguito solo ad una scelta di metodo e di merito. Ad esso ha contribuito in modo determinante una situazione archivistica squilibrata e asimmetrica, che rendeva (e talora continua a rendere) necessario l’utilizzo di fonti quasi esclusivamente statunitensi, anche in studi di Storia delle Relazioni internazionali aventi per oggetti temi e problemi dei quali gli USA costituivano solo uno dei tanti protagonisti. Negli ultimi anni però, la storiografia della guerra fredda ha ritenuto opportuno accogliere gli inviti ad abbandonare un certo provincialismo storiografico e a intraprendere ricerche multiarchivistiche (e multilaterali) con accesso a fonti primarie non esclusivamente statunitensi 2 . La nuova 1 Su questo aspetto si rimanda alle utili considerazioni di A. STEPHANSON, The United States, in D. REYNOLDS (a cura di), The origins of the cold war in Europe: International perspectives, New Haven, Yale University Press, 1994, pp. 23-52. 2 Per l’invito a superare il provincialismo della storiografia diplomatica statunitense si veda R. 2

Laurea liv.I

Facoltà: Lingua e Cultura Italiana

Autore: Luigi Sepe Contatta »

Composta da 95 pagine.

 

Questa tesi ha raggiunto 2167 click dal 04/03/2008.

 

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Disponibile in PDF, la consultazione è esclusivamente in formato digitale.