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Abitare l'arte: progettare la residenza in collina a Bologna

Informazioni tesi

  Autore: Gloria Vaselli
  Tipo: Laurea liv.II (specialistica)
  Anno: 2005-06
  Università: Università degli Studi di Bologna
  Facoltà: Ingegneria
  Corso: Ingegneria edile-architettura
  Relatore: Giorgio Praderio
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 106

L’intervento consiste nella demolizione dei due pre-esistenti edifici presenti nell’area e nella costruzione di due nuovi edifici separati: uno destinato a residenza di un nucleo familiare composto da 3 persone, l’altro destinato a studio artistico.
La composizione architettonica ovvero la definizione delle forme e la loro associazione, è nata dall’analisi di un dipinto e delle sue linee di forza, oltre che dagli obiettivi progettuali derivanti dall’analisi del sito e delle esigenze del committente.
Nel progetto esiste un dinamico rapporto tra arte ed architettura: più precisamente l’architettura è originata dall’arte.
Il progetto si propone lo scopo di stringere un legame tra queste due discipline, nella consapevolezza che entrambe sono tessute di “valori collettivi”: sia l’architettura che l’arte hanno la funzione di prendersi cura del luogo, radicandosi nel tessuto urbano, che è la loro destinazione storica.
Affrontando il tema dei rapporti che intercorrono tra architettura ed arti visive, si può ragionare sull’essenza stessa della disciplina architettonica, sulla sua specificità, sul ruolo e sui significati che le vengono attribuiti.
Occorre osservare che una netta linea di demarcazione separa l’architettura dalle arti visive: in architettura lo spazio viene inteso non come assenza, ovvero come vuoto tra le cose sensibili, ma come materia che attende di essere plasmata, modellata, “significata”, ovvero come entità percepibile al negativo, attraverso gli elementi tangibili che la racchiudono.
In architettura si “lavora con lo spazio”, non semplicemente “dentro lo spazio”, è questo che dà all’architettura la sua specificità, lo spazio non risulta esterno, un soggetto a sé, ma materia prima, alla quale attribuire oltre ad una forma, una specifica funzione.
I due concetti di forma e funzione nella storia del costruire, sembrano camminare sempre in parallelo: non si può avere uno spazio architettonico senza una forma che lo delimita e non vi è forma edificata senza funzione, senza una vita che vi alberghi.
La forma dello spazio è indotta dal suo uso, l’architettura è l’unica arte in cui la forma non può essere pensata fine a sè stessa, estranea al suo scopo utilitario.
Il concetto di funzione è visto dunque, come elemento di connotazione della disciplina architettonica, un concetto che insieme a quello di spazio, ha segnato lo spartiacque tra architettura ed arti figurative, alimentando la teoria dell’assoluta autonomia e specificità dell’architettura nei confronti dell’arte.
Oggi però il confine tra arte ed architettura va sempre più assottigliandosi, diviene sempre più inconsistente, al punto che in alcuni casi, non ha più senso parlare di autonomia tra le due discipline, quanto di osmosi.
Artisti ed architetti si fanno complici di un duplice processo che produce uno sconfinamento di una disciplina nell’altra: l’arte si muove verso l’architettura, cercando di invadere lo spazio, mentre l’architettura si muove verso l’arte, scoprendo la sua “dimensione superflua” e la sua “vocazione estetica”.
Vi è un’intera categoria di architetti che giunge ad avvalersi dei procedimenti espressivi artistici attraverso una revisione tutta interna della disciplina architettonica, che giunge al rifiuto della teoria meccanicistica, secondo cui la forma deriva dalla sua funzione, per arrivare alla formulazione di nuove e complesse spazialità, non più leggibili con gli strumenti canonici della geometria euclidea.
L’origine di questo processo è riferibile agli anni ‘60, momento in cui comincia a vacillare la fiducia nei confronti dei dogmi e delle certezze assolute del razionalismo europeo, per cui gli stessi maestri del moderno sperimentano forme e spazi estranei alla più severa visione razionale.
Lo stesso Le Corbusier afferma: "L’architettura è il gioco sapiente, esatto e splendido delle forme composte nella luce."
È indicativo come oggi per una intera categoria di architetti l’attenzione progettuale si sia gradualmente spostata dallo spazio alla forma esteriore, con un attento lavoro sull’involucro, sulla pelle che costituisce il rivestimento dell’edificio; l’involucro staccandosi dalla parete e acquistando una propria autonomia, viene forgiato, modellato quale elemento sostanziale, primo, dell’architettura all’interno della città.
Il punto di contatto tra la loro architettura e la civiltà delle immagini, è la capacità di saper emozionare, di trovare e liberare sensazioni comuni.
L’opera architettonica diventa così un livello collettivo, su cui ognuno può proiettare quello che prova e possiede la capacità di entrare nella vita quotidiana, fino a diventare insostituibile.

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I N T R O D U Z I O N E Pag. 1 L’intervento consiste nella demolizione dei due pre-esistenti edifici presenti nell’area e nella costruzione di due nuovi edifici separati: uno destina- to a residenza di un nucleo familiare composto da 3 persone, l’altro destinato a studio artistico. La composizione architettonica ovvero la definizione delle forme e la loro associazione, è nata dall’analisi di un dipinto e delle sue linee di forza, oltre che dagli obiettivi progettuali derivanti dall’analisi del sito e delle esigenze del committente. nel progetto esiste un dinamico rapporto tra arte ed architettura: più precisamente l’architettura è originata dall’arte. Il progetto si propone lo scopo di stringere un legame tra queste due discipline, nella consapevolezza che entrambe sono tessute di “valori col- lettivi”: sia l’architettura che l’arte hanno la funzione di prendersi cura del luogo, radicandosi nel tessuto urbano, che è la loro destinazione storica. Affrontando il tema dei rapporti che intercorrono tra architettura ed arti visive, si può ragionare sull’essenza stessa della disciplina architetto- nica, sulla sua specificità, sul ruolo e sui significati che le vengono attribuiti. Occorre osservare che una netta linea di demarcazione separa l’architettura dalle arti visive: in architettura lo spazio viene inteso non come assen- za, ovvero come vuoto tra le cose sensibili, ma come materia che attende di essere plasmata, modellata, “significata”, ovvero come entità percepibi- le al negativo, attraverso gli elementi tangibili che la racchiudono. In architettura si “lavora con lo spazio”, non semplicemente “dentro lo spazio”, è questo che dà all’architettura la sua specificità, lo spazio non risulta esterno, un soggetto a sé, ma materia prima, alla quale attribuire oltre ad una forma, una specifica funzione. I due concetti di forma e funzione nella storia del costruire, sembrano camminare sempre in parallelo: non si può avere uno spazio architettonico senza una forma che lo delimita e non vi è forma edificata senza funzione, senza una vita che vi alberghi. La forma dello spazio è indotta dal suo uso, l’architettura è l’unica arte in cui la forma non può essere pensata fine a sè stessa, estranea al suo scopo utilitario; il movimento moderno ha posto la questione della funzione e della sua corrispondenza con la forma al primo posto nella sua ricerca. Il concetto di funzione è visto dunque, come elemento di connotazione della disciplina architettonica, un concetto che insieme a quello di spazio, ha segnato lo spartiacque tra architettura ed arti figurative, alimentando la teoria dell’assoluta autonomia e specificità dell’architettura nei con- fronti dell’arte. Oggi però il confine tra arte ed architettura va sempre più assottigliandosi, diviene sempre più inconsistente, al punto che in alcuni casi, non ha più senso parlare di autonomia tra le due discipline, quanto di osmosi. Artisti ed architetti si fanno complici di un duplice processo che produce uno sconfinamento di una disciplina nell’altra: l’arte si muove verso l’ar- chitettura, cercando di invadere lo spazio, mentre l’architettura si muove verso l’arte, scoprendo la sua “dimensione superflua” e la sua “voca- zione estetica”. Vi è un’intera categoria di architetti che giunge ad avvalersi dei procedimenti espressivi artistici attraverso una revisione tutta interna della disci- plina architettonica, che giunge al rifiuto della teoria meccanicistica, secondo cui la forma deriva dalla sua funzione, per arrivare alla formula- zione di nuove e complesse spazialità, non più leggibili con gli strumenti canonici della geometria euclidea. L’origine di questo processo è riferibile agli anni ‘60, momento in cui comincia a vacillare la fiducia nei confronti dei dogmi e delle certezze asso- lute del razionalismo europeo, per cui gli stessi maestri del moderno sperimentano forme e spazi estranei alla più severa visione razionale. Lo stesso Le Corbusier afferma: "L’architettura è il gioco sapiente, esatto e splendido delle forme composte nella luce." È indicativo come oggi per una intera categoria di architetti l’attenzione progettuale si sia gradualmente spostata dallo spazio alla forma esterio- re, con un attento lavoro sull’involucro, sulla pelle che costituisce il rivestimento dell’edificio; l’involucro staccandosi dalla parete e acquistan- do una propria autonomia, viene forgiato, modellato quale elemento sostanziale, primo, dell’architettura all’interno della città. Per questi architetti la forma esteriore dell’edificio, concepita indipendentemente dalla sua funzione interna, diventa talvolta persino un’etichet- ta, un segno autografo, vedi le figure di Frank O'Gehry e Herzog & de Mueron. L’analisi dell’esperienza degli architetti Herzog & de Mueron è stata di guida nelle scelte progettuali che nel corso dell’evoluzione del progetto si andavano configurano. Le lezioni di Aldo Rossi hanno lasciato una chiara impronta nella formazione di questi architetti, risolvendosi in una serie di punti chiave che carat- terizzano solo i quesiti di partenza di un progetto: quale rapporto si instaura con il luogo, quale relazione con la città, che genere d’immagine il progetto deve mostrare. Differente è però il percorso metodologico e le risposte progettuali fornite da questi architetti; come Picasso, i due progettisti sono tesi alla per- cezione dilatata e scomposta degli elementi, con simultanee interpretazioni di un’unica realtà.

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