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''El silencio que la voz de todas quiebra''. Ciudad Juàrez: criminalità di frontiera e letteratura.

Informazioni tesi

  Autore: Martina Gandolfi
  Tipo: Laurea liv.I
  Anno: 2006-07
  Università: Università degli Studi di Bologna
  Facoltà: Lingue e Letterature Straniere
  Corso: Lingue e letterature straniere
  Relatore: giovanni Gentile Marchetti
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 42

Perchè il silenzio continua ad ammazzare queste figlie del deserto,in una città di frontiera chiamata Ciudad Juàrez,dove l'inferno è una realtà plasmata nella tranquillità impassibile delle nostre vite.Bisogna rompere questo silenzio e salvare la loro dignità di donne sacrificate e di esseri umani.

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5 Introduzione Non potrà mai rifiorire il deserto di Ciudad Juárez…Quel deserto di frontiera tra il Texas ed il Messico, torturato, violentato, affogato nel sangue di migliaia e migliaia di volti, occhi, cuori, corpi di donne, sacri scrigni di vita che hanno conosciuto solo la più orrenda di tutte le morti...Le mani legate coi lacci innocenti delle loro scarpe sportive, i seni sbranati da aguzzini bestiali, l’anima trafitta oltre il dolore della carne...Migliaia ho detto; sì, migliaia, perché le donne assassinate o “desaparecidas” di Juárez non sono 400, come vorrebbero far credere le stime ufficiali diffuse dalle autorità messicane, ma molte, molte di più. Nel film “Bordertown”(Gregory Nava, 2006) ispirato ad alcune importanti opere dedicate alle tragiche vicende della città di frontiera (come Huesos en el deserto di S.G.Rodríguez) ed all’incredibile storia di una giovane ragazza di Ciudad Juárez rapita, violentata e miracolosamente sopravvissuta alla morte, si parla di circa 5000 donne, ammazzate, scomparse, dimenticate. Un numero sconcertante che continua a crescere ogni giorno di più, dopo quel funesto 1993 quando, come scrive la giornalista Diana Washington nel suo libro Cosecha de mujeres. El safari mexicano, 2006, la piccola Gladys Janet Fierro di soli 12 anni inaugurò l’orribile ondata di violenza col suo corpo ritrovato sotto pochi centimetri di sabbia, in un campo sperduto, alla periferia di Juárez. Ma perché? Perché la corruzione dei gruppi politici, che si sono succeduti al governo dello stato di Chihuahua e della polizia, le minacce del crimine organizzato, le intimidazioni ricevute da chi stava arrivando troppo vicino, le torbide manovre riguardo al Trattato di libero scambio tra Stati Uniti e Messico hanno rappresentato, fin dall’inizio, lo sconcertante sfondo dell’odissea di Juárez, contribuendo a mantenere nella penombra e nell’impunità quella che è stata definita la più grave serie di delitti contro le donne nella storia 1 . Ed è proprio questo ciò che rende ancora più inaccettabile un crimine già disperatamente efferato: il terribile sospetto che i colpevoli possiedano già un volto ed un nome, che, come riporta Diana Washington, gli investigatori di entrambi i lati della frontiera sappiano già chi siano gli assassini, ma non abbiano fatto ancora nulla…Così la storia di queste donne sacrificate alla logica del profitto e dei potenti, pur amplificata dal numero delle vittime e dalla brutalità dei metodi di uccisione, sarebbe una storia antica, simile a mille altre storie, tanto tragica e toccante da essere persino trasformata in letteratura, nelle profonde pagine della quarta parte del romanzo 2666 di Roberto Bolaño 2 , che mi impegnerò ad analizzare, mettendolo in relazione 1 V. G.Pardo, “El asesinato de mujeres en Ciudad Juárez continúa impune”, http:/www.voltairenet.org, 18 magio 2005. 2 Roberto Bolaño, 2666, Barcelona, Anagrama, 2004.

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Parole chiave

ciudad juárez
criminalità
donne
frontiera
machismo messicano
massacro
messico
misoginia
octavio paz
roberto bolano
sergio gonzalez rodrìguez
violenza

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